IL TURIBOLO E LA COMUNIONE INGINOCCHIATI DI DON DANILO

6 lug 2016 by FrancoManzitti, 2 Commenti »

IL TURIBOLO DI DON DANILO
E L’ALTARE A ROVESCIO,
LA COMUNIONE IN GINOCCHIO

Non è tanto l’omelia che “segna” questa messa nella grande, nobile e quasi inspiegabile ( per l’imponenza) chiesa di San Matteo a Laigueglia, piccolo comune savonese, 1900 residenti, ma una vera cattedrale con grandi campanili, una navata centrale immensa, sei altari laterali, un cartelame fantastico dell’arte povera ottocentesca dispiegato come una quinta eccezionale, un oratorio annesso di rara bellezza……
E’ il rito stesso della messa, celebrata come cinquanta anni fa, con i paramenti preziosi tirati fuori da cassetti sigillati da decenni, le pianete tempestate di pietre, le cotte con i pizzi, la processione dei chierichetti con il cero in mano, i chierici con la croce impugnata, l’organista che suona da dieci minuti prima delll’inizio della messa. E’ il rito stesso che ti fa galleggiare in un’altra epoca.
Il parroco celebrante è don Dino Galliani, genovese di Molassana, seminarista a Roma, curato a Imperia e da cinque anni qua in questo ex borgo di pescatori, arricchiti nel sedicesimo secolo dalla pesca del corallo, la cui chiesa Don Danili ha rivoltato come un calzino, abbellendo la canonica, “scoprendo” quel cartelame che era sepolto in fondo all’altar maggiore e facendo stupire con la sua ricostruzione a spese della Carige perfino l’iconoclasta Vittorio Sgarbi, che è venuto per due volte a incantarsi davanti a questa imponente raffigurazione che copre la navata destra, da cima a fondo e “spara” il sepolcro scoperchiato di Cristo dopo la Resurrezione in faccia a legioni di turisti estivi che arrivano nella grande chiesa, investiti dal suono dell’organo tonante a tutte canne e dalle nuvole dell’incenso turibolato con vigore.
La messa incomincia con l’incenso che il celebrante, perfetto con la sua pianeta verde, sopra una talare impeccabile e con una bella barba pre tridentina, sparge sull’altare e poi dal quale si fa avvolgere in una nuvola che sale alta.
L’altare, appunto. E’ tradizionale con il celebrante che da le spalle ai fedeli, forma preconciliare che don Danilo ha difeso dal giorno del suo arrivo, dimostrando che l’altare precedente, rivolto ai fedeli, non stava nell’ emiciclo del presbiterio e, quindi, era fuori dalle regole.
In fondo siamo nella tanto discussa diocesi di Albenga, quella, fino a ieri, dei due vescovi, Mario Oliveri, appena pensionato da papa Francesco e Borghetti, il suo successore, dopo essere stato per quasi due anni vescovo bis, inviato a portare ordine in una chiesa albenganese un po’ scossa dagli scandali dei suoi preti , un po’ indebolita dalla magnanimità del vescovo stesso, disponibile ad accettare tutte le pecorelle smarrite o perse veramente, che arrivavano da ogni contrada.
In questo modo il seminario e qualche parrocchia di questa diocesi si sono riempite nel tempo di sacerdoti che altrove non erano più accettati. E ci sono stati episodi gravi, come il parroco di Alassio arrestato per pedofilia, come i seminaristi che sfilavano in passerelle come modelli, come il parroco di Arnasco che minacciava di bruciare la canonica piuttosto che ospitare i profughe e non benediceva la salma della povera marocchina morta con violenza…. E ci sono stati altri scandali e scontri, mentre una certa vena conservatrice, quasi lebfevriana, tradizionalista, più che vicina al vescovo francese scismatico, oggi scomparso e mezzo perdonato dal Vaticano, allignava in Riviera.
Ecco allora il rito di questa messa di un piccolo comune, in una piccola comunità parrocchiale, ma in una grande chiesa, che si dipana facendoti fare un salto indietro nel tempo, di fronte a fedeli locali oramai adusi e fedeli-turisti che ascoltano un po’ perplessi i canti in latino, vedono le spalle del celebrante, sentono il profumo dell’incenso e ascoltano canti potenti e ricchi di patos che il parroco, grande musicista e musicologo intona per primo.
E osservano, questi fedeli per lo più in arrivo dalle parrocchie lombarde del rito ambrosiano o dal Piemonte, le impeccabili vesti dell’arciprete e dei suoi assistenti, spesso calzati di scarpe con fibbia, tricorni sul capo, gemelli perfetti, sotto vesti talari impeccabili.
La chiesa è perfetta, sulla balaustra dove i fedeli, in una buona quota, si inginocchieranno come quaranta anni fa per ricevere la comunione, se lo desiderano in quella forma, c’è una tovaglia rossa. Le pie donne che si occupano delle letture salgono sull’altare accompagnate dal chierico con la croce e si inchinano prima di leggere. I chierichetti impugnano i ceri accesi che lasciano solo per servire all’altare. Le sacre scritture poggiate sul leggio sono anch’esse abbondontemente incensate.
L’omelia è “forte”nei toni, perchè Don Danilo è un predicatore netto e chiaro, ma senza esasperazioni scenografiche.
Il Vangelo è quello degli operai, che sono pochi e la messe da mietere tanta. Quindi, ecco la missione dei cristiani che Gesù invia nel mondo a “mietere”: dodici apostoli, settantadue discepoli, due per città a portare il verbo del Signore. “Senza perdere tempo, perche’ il lavoro è tanto, i discepoli preparano la strada del Signore ma come? Con le loro azioni, con la loro parola, con il loro stile _ insiste don Danilo. E sembra calcare il tono su questo stile “riconoscibile” e sul tempo per far conoscere il “regno di Dio” che è poco, che non si può disperdere in convenevoli proprio perchè la “messe è tanta” e sono pochi gli operai.
C’è solo un riferimento alla attualità in questa omelia. Si riferisce al messaggio da portare mietendo quella messe: pace, pace, pace. In un mondo nel quale “l’odio dilaga” anche in nome di Dio, ma di quale Dio? _ si chiede polemico e sferzante don Danilo, alludendo alle pagine dei giornali di questa domenica che grondano del sangue di Dacca.
Dove nasce la pace da difendere?_ si chiede il celebrante. Dalla riconciliazione che il Signore ha portato sulla terra con il suo sacrificio, la riconciliazione con i fratelli, con il proprio passato. La pace, il dono più grande che devono portare gli inviati del Signore, che sono come agnelli tra i lupi. E’ facile ricordare il calvario, le sofferenze della Croce, l’ingiustizia attraverso le quali Dio ha portato la riconciliazione sulla terra. Agli uomini di buona volontà diffondere questa pace tra i lupi…..”
La predica è rapida, secca quasi. Poi riprendono i canti, il Padre Nostro cantato in italiano, l’incenso che sale nelle navate, la raccomandazione al fatto che la Comunione si può prendere anche inginocchiati e non solo in piedi. E i fedeli si dividono: chi si inginocchia e aspetta l’ostia a mani giunte in bocca e chi si mette in fila. Il parroco prima comunica i fedeli inginocchiati, poi quelli che aspettano in fila.

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2 Commenti

  1. tiziana lonza scrive:

    complimdnti!dopo aver letto questo articolo
    mi sembra di aver partecipato a questa messa e aver visto la chiesa di san matteo a llaigueglia con i miei occhi

  2. Alberto scrive:

    L’articolo è scritto “sine ira et studio”, rappresenta la realtà senza giudicare od inveire; complimenti al giornalista ed al sacerdote.

    Desidererei, se possibile, conoscere gli orari delle celebrazioni perché parteciperei volentieri.
    Grazie a tutti.

    Alberto

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