LA MESSA TRAVOLGENTE DI CAVALLINI E QUEL SILENZIO DI CINQUE MINUTI

28 set 2016 by FrancoManzitti, 1 Commento »

IL RITMO DI CAVALLINI, LA MESSA TRAVOLGENTE
E QUEI CINQUE MINUTI DI SILENZIO

Nella messa di padre Francesco Cavallini, gesuita bergamasco diventato genovese, che è quella delle ore 21 di domenica alla Chiesa del Gesù, l’emozione ti pizzica il cuore nei cinque minuti di silenzio perfetto con lo sfondo dell’esile, ma crescente, suono di una chitarra, subito dopo l’omelia.
La messa delle 21 in quella Chiesa sempre piena la domenica sera, nel cuore della città, con un popolo tra i banchi che conclude la giornata festiva tra grandi altari, grandi affreschi e in genere grandi omelie, ha un senso particolare.
Dura a lungo la messa, non solo quella celebrata da padre Cavallini che oggi è _ forse suo malgrado_ la star dei predicatori-mobilitatori di coscienze, spiriti, spinte e controspinte, il “pifferaio magico” (definizione che certo non amerà), che si porta dietro la mejo gioventù cattolica, ma anche quella in dubbio e le altre generazioni che riesce a scuotere con il suo “moto perpetuo” di sacerdote da vocazione tardiva, di impeti e riflessioni alternate a silenzi e meditazioni.
E’ una messa di molta musica, di canti moderati di pause e di riflessioni, di chitarra e di parola, di una comunione con l’ostia che accomuna tutta intera la chiesa o quasi e che finisce dopo un’ora e mezza, quasi con le scuse del celebrante: “Abbiate pazienza, abbiamo fatto tardi…….ma c’erano tante cose da dire…”.
E nessuno che se ne va prima e tanti che intervengono durante il rito e annunciano le intenzioni, leggendo o improvvisando dai banchi di legno, dalle sedie, dalle navate, perfino da dietro le colonne: una vera assemblea questa messa dei gesuiti che vibra a due passi da San Lorenzo, la Cattedrale, a un passo e mezzo dal Ducale, nell’ombelico di De Ferrari, come fosse quel baricentro cittadino a sottolineare l’intensità della celebrazione eucaristica cattolica che chiude i riti domenicali.
Cavallini ha dalla sua subito la presenza scenica di sacerdote giovane, vigoroso che parla con tono alto, ma non tuonante, che leviga il suo sottile accento bergamasco, che scende tra i fedeli con il microfono in mano e cammina lento, mentre predica e introduce la messa dopo i canti di ingresso con parole che spiegano in che tempo siamo, finite le vacanze, finita la pausa estiva. Lui guarda deciso i fedeli, la pianeta verde indossata sui suoi abiti di prete-ragazzo, i jeans, la camicia aperta, quel crocifisso glabro al collo e il rosario infilato nelle dita.
Celebra con a fianco padre Amicone, il gesuita più anziano, che lesina le più affascinanti spiegazioni del Vangelo di questa chiesa e forse della città, che lo assiste e in qualche modo certifica la forza di questa comunità di Gesuiti che vivono tra la grande chiesa, la casa all’Arecco, ex grande scuola che forgiò generazioni e generazioni di classi dirigenti genovesi, liguri e italiane e lassù la Villa sant’Ignazio di via Chiodo, il “buen retiro” degli esercizi spirituali: il padre giovane e trascinante, il più anziano riflessivo e didascalico, il rito concelebrato con una condivisione che unisce le diverse età.
Cavallini vive e lavora tra i giovani, ne conosce e ne denuncia la “fame spirituale”, in tempi non sospetti, per queste spinte, ma guida anche la “Cena delle buone idee”, un incontro serale che ritmicamente propone intenzioni positive per tutta la Comunità, viaggia per la Terra Santa portandosi dietro, con un sacco a pelo e due paia di calze di ricambio, i ragazzi a fare trekking nei luoghi di Cristo e guida i suoi discepoli anche nei posti simbolo dei grandi scontri sociali che simboleggiano le emergenze della vita, a Scampia, per esempio, nel regno della camorra. Viaggia, testimonia, predica e cammina Cavallini e i giovani gli stanno dietro, lo cercano, vogliono confrontarsi.
Ecco perchè, quando attacca la sua omelia alla Messa domenicale delle 21, senti che deve succedere qualcosa che non è solo quella prima lettura di San Paolo a Timoteo, con l’invito ai poveri a rialzarsi, né la Seconda Lettura, né il Vangelo di san Luca, letto da un confratello, che racconta la storia dell’amministratore che sperpera i beni del padrone e viene “catechizzato”, ecco perchè non sono solo le letture della domenica, le parole scelte per il rito, a spingere le parole di padre Francesco. C’è quel filo che lo lega ai ragazzi, ai giovani con la chitarra che cantano, anche a quelli che arrivano a messa incominciata e si siedono sui gradini degli altari laterali, anche a quelli che non hanno a che fare con la Comunità del Gesù, nei tanti appuntamenti che lui annuncia dal suo pulpito e sono una sequenza di incontri, meditazioni, esercizi a scaglioni, i ragazzi dai 20 anni ai trenta, quelli più grandi, gli altri……
Ecco ora Cavallini incomincia la sua omelia, che ha un tema tanto forte che basterebbe il titolo: il rapporto con la ricchezza e i beni materiali. Sono le letture domenicali che hanno messo lì nelle mani del predicatore questo argomento che sembra bruciare nelle coscienze oggi più di ieri, nella società relativizzata, nelle sperequazioni mostruose del tempo moderno di oggi, nello scontro tra le ondate dei profughi e il nostro modus vivendi, il benessere, comunque, delle nostre città, delle nostre case, dei nostri quartieri a paragone di quella miseria travolgente e quell’orda che preme alle porte, che sbarca e che incomincia a invadere il nostro territorio, tutti quei “neri”, quei migranti, quei profughi che sono tra di noi oramai nella quotidianeità delle città, delle strade e ti tendono il loro capellino di tela per chiedere un obolo e tu che cammini con le tue certezze vacillanti nel mondo civile, europeo civilizzato e sbandi, sbandi…..
Cavallini parte da lontano, dal tempo della lettura di Amos, 70 anni avanti Cristo, che denuncia quelli che basavano la loro vita sul tornaconto, sulla ricerca del profitto e arriva a oggi con lo sfruttamento dei lavoratori, che nel mondo sottosviluppato lavorano a confezionare abiti che noi compriamo con pochi soldi e rivendiamo, sfruttando, sfruttando quei fratelli lontani accontentati con una ciotola di riso. “Noi compriamo la vita del poveri” _ dice, alludendo a quei passaggi “mercantili”_ la paghiamo niente e ci ricaviamo i soldi e magari qualcuno che difende quei lavoratori ci lascia anche la vita: è una guerra tra poveri….Questa economia si basa sullo sfruttamento…..In tanti sono sfruttati, non solo i poveri che in BanglaDesh lavorano pagati un soldo, ma i giovani laureati di casa nostra, gli ingegneri, gli architetti, i giovani avvocati che sono sotto pagati o non pagati per niente.
Insomma questa oggi è una economia di sfruttamento. In questa economia, con questa economia, bisogna fare i conti, quando si misurano i rapporti con la ricchezza, con i beni materiali, prodotti da quel sistema.
Come cavarsela? Padre Cavallini scuote la sua veste: “ L’esortazione è questa: siate scaltri, sappiate cogliere in questa situazione ciò che può far davvero bene alla vostra vita. Ma questa vita non è tua, te la da Dio, il Signore, che può essere l’uomo ricco della parabola, il quale affida i suoi beni all’amministratore. Poi sei tu, come l’amministratore, che questa vita di ricchezza devi saper usare per il tuo bene, rendendone poi conto. Tu te la giochi quella vita, tu devi sapere come spenderla……”
La chiave esistenziale, se si misura questo rapporto tra la ricchezza e il modo corretto di vivere, è proprio: essere scaltri, non farsi fregare, non diventare disonesti, non farsi irretire, inseguendo quella richezza, quei beni materiali…..
E’ importante, invece, _ spiega Cavallini_ che ognuno possa misurarsi con le sue capacità…..I giovani entrano tardi, troppo tardi nel mondo del lavoro…puntano su se stessi tardi e quindi il confronto con le tue capacità, con la tua vita è troppo posticipato……Il Signore ti dice , a questo punto, se non sei coraggioso, se non osi chi ti darà la vera ricchezza, quella giusta da cercare?”.
Bella domanda, alla quale l’omelia da due risposte molto forti, prendendo ad esempio la vita di due santi, Francesco d’ Assisi, il poverello e Sant’Ignazio da Loyola, l’intellettuale. Come erano questi due personaggi? Francesco era “molto autocentrato”, “molto autoreferenziale” nel suo modo di denunciare, girava vestito di stracci per farsi notare, per caricare la sua denuncia. Sant’Ignazio era superbo. Cercavano anche loro la ricchezza giusta. E tutti e due la scoprirono, la vera ricchezza, quando riuscirono a usare in pieno le loro doti.
Qual è, dunque, la riflessione del predicatore che cerca di spiegare il rapporto di un buon cristiano con il bene materiale: lo snodo importante è arrivare al disincanto nel mondo del lavoro, nel rapporto con il bene materiale. E al disincanto ci si arriva dopo l’entusiasmo, dopo la grande spinta a lavorare, a impegnarsi a fare bene il proprio mestiere, quello che fai non ti basta più, non sei soddisfatto, il tuo cuore non batte più, non sei felice, non ti basta. E’ a quel punto che devi cercare la vera ricchezza! E questa non si misura con i soldi, perchè se misuri così non sei libero. Non sei libero se scegli le amicizie, il lavoro, il modo di vivere sul criterio dei soldi. Sarai condizionato, non raggiungerai la vera ricchezza. Avrai, magari quella materiale, che poi ti disincanterà. Tutto è a tua disposizione, soldi, ragazze, bei vestiti eccetera, ma se scegli senza amore resti povero, deluso, infelice…..Alla fine il tuo Dio resta il denaro……
Il rischio è forte _ dice Padre Cavallini _ ne va della tua vita se sbagli il rapporto con la ricchezza con i beni materiali. Non fatevi fregare, scommettete su di voi , sulla vostra sensibilità.
Tornando al Vangelo della domenica l’amministratore scorretto cerca di recuperare con le sue mosse, ma alla fine resta solo: il suo stile di vita lo ha isolato. E così ci sono professioni che ti portano a isolarti, a restare senza relazioni, se invece parti da te stesso, dalle tue qualità, da un tuo confronto reale con la realtà, avrai amore, non isolamento.
L’omelia è finita, è durata quasi quindici minuti. Cade il silenzio. Bisogna meditare, riflettere, bisogna scovare_ come ha chiesto Cavallini_ la “chiave esistenziale”. Sono cinque minuti di silenzio, c’è solo quella chitarra che parte con una nota, poi con due nella chiesa raccolta. Il silenzio è uno dei “pallini” di padre Francesco. Perchè è un silenzio che si riempie, che carica come una molla le coscienze dei fedeli. La messa sarà ancora lunga, il credo, le intenzioni, una pioggia di intenzioni……

padre Francesco Cavallini SJ
Chiesa del Gesù_ domenica ore 21L

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1 Commento

  1. Michele scrive:

    Grazie Franco, grazie Padre Francesco e, soprattutto grazie allo Spirito Santo

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