IL PULPITO DI NEW YORK E IL PRESEPE DI SAN PATRICK

8 gen 2017 by FrancoManzitti, 1 Commento »

IL PULPITO VERO DI SAINT PATRICK
E LA SUPERMESSA ETNICA DI NEW YORK

Parla proprio dal pulpito, davanti al grande altare della grande chiesa-cattedrale di saint Patrick, nella Quinta Strada di New York, in faccia al Rockfeller Center, di fianco alle boutiques e ai grandi magazzini più firmati degli Usa e del mondo.
Parla e pronuncia la sua omelia in piedi, due metri sopra la folla multi etnica che riempie la grande chiesa finto gotica, il padre Felipe Gutierrez, chiamato a celebrare la messa del Primo dell’anno nel cuore della Grande mela, nella folla immensa che scorre sotto i suoi occhi, tra le navate, i banchi di legno ordinati e i corridoi per il passaggio dei turisti, selezionati e controllati da decine di sacrestani-tutor, in un fiume ininterrotto che circola negli spazi di san Patrizio, la folla di Capodanno che cammina ininterrottamente, percorre le navate, arriva di fianco all’abside, gira intorno e guarda dalle vetrate l’altar maggiore e la messa, che va avanti nel rito universale cattolico-romano.
E’ una messa recitata in lingua spagnola, forse per un pubblico di fedeli del subcontinente che misuri nella folla smisurata, nei tratti etnici prevalentemente andini, ma non solo, portoricani, messicani. E’ una messa seguita, malgrado questo via vai permanente, in un mix di altre razze, altri visitatori che entrano, escono, si genuflettono, pregano, sussurrano tra loro nel primo giorno del 2017, chiedono di partecipare al rito o semplicemente vogliono vedere questa grande chiesa multi razziale.
Ecco cinque monaci buddisti con le tonache grigie lunghe fino ai piedi che si fermano rapiti davanti al presepe allestito a destra dell’altar maggiore, un super presepe di statue costruite quasi a misura di grandezza umana, davanti al quale i sacerdoti di questa altra religione alzano i telefonini sopra la testa per scattare la foto ricordo.
Quanti telefonini, quanti selfie davanti a questo presepe, al mistero della Natività……Vedi le madri sudamericane con i bimbi nel passeggino che immortalano la scena, vedi i turisti giapponesi e cinesi che fanno la coda dentro alla stessa coda per scattare anche loro l’immagine che fermi qui il Capodanno 2017, vedi i cinesi ridere silenziosi e parlarsi tra loro, chissà come commentano e che sanno del simbolo rappresentato qui in fondo alla cattedrale..
Il padre Felipe predica dall’alto, da “sopra”, da uno spazio sopraelevato, come una volta e sembra che non possa che essere così, in questa chiesa: predica con voce dolce, quasi a parte, sicuro che il suo messaggio arrivi a chiunque in questa grande folla, a chi ci crede, a chi no, a chi crede ad altro a chi è qui per caso e chi chi, invece, c’è per fede e prega a mani giunte e occhi chiusi.
Commenta il Vangelo, che ha il suo centro la figura di Maria, la madre di Gesù e la sua scelta di avere accettato la missione di partorire il figlio di Dio, con tutte le conseguenze di questa maternità salvifica e tu guardi questa folla che riempie la chiesa e poi quella che sta fuori dal grande portone della chiesa e riempie l’ombelico dell’ombelico di questa città-simbolo, il top di un modello di vita, americano ma diventato inclusivo in un melting pot di cui ora vedi tutte le facce che sfilano qui nel tempio di Cristo Redentore, nella sua casa.
Sono solerti e attenti gli addetti alla sicurezza che controllano gli ingressi e scandagliano con un manico di legno le borse e i sacchi dei turisti e dei fedeli e gli altri che con piccoli metal detector misurano se sotto gli abiti di chi entra ci sono ordigni e armi. Si fa la fila in silenzio, mentre l’omelia va avanti e padre Felipe spiega il mistero di quella maternità e del frutto che ha portato nel mondo.
Più file anche quando la messa è arrivata alla Comunione e chi si mette in coda nelle navate si confonde con quelli che aspettano, invece, di andare a fotografare il presepe e con le altre di chi vuole arrivare dietro il grande altare.
Padre Felipe ha terminato la sua omelia e scende dal pulpito, gira intorno alla colonna e riappare al centro dell’altare. E’ una messa celebrata con tutti i crismi del Concilio Vaticano Secondo. Si celebra guardando questa immensa platea di fedeli, non fedeli, turisti, passanti, atei, miscredenti, religiosi di altre religioni, islamisti, donne con il capo velato, in un melting che non è solo razziale, ma anche miracolosamente proprio religioso e ti scorre sotto gli occhi.
Si celebra non volgendo le spalle, come avviene sempre più spesso in Europa, dove un vento di restaurazione soffia sempre più spesso nella liturgia. Qui ora dall’altare si prega per il papa Francesco, che è un americano e per il vescovo di New York, come insegna il rito a questo punto della Messa. E nulla sembra più ecumenico e universale di questa preghiera con tutte le razze del mondo e tutti i riti riassunti in una messa celebrata anche se la chiesa è invasa dai turisti. Come se il celebrante e i suoi fedeli raccomandassero: ecco noi siamo qui a pregare come crediamo, nulla di quello che diciamo e celebriamo con quete parole e questi gesti vi esclude, siete con noi qualsiasi cosa pensiate, crediate o non crediate.
Sarà forse questo il vero messaggio del Cristo appena nato e delle parole che il papa americano dall’altra parte dell’Atlantico annunciano oggi con più forza perchè è Natale?
La Comuniome durerà quasi venti minuti, anche se a padre Felipe si sono aggiunti altri officianti, scesi nelle navate laterali per accelerare i tempi. E poi ci sarà il segno della pace, con chi comprende l’invito a scambiarselo che si abbraccia nelle navate, tra i banchi di legno e chi non capisce e che guarda sorridendo o scattando altre foto. E poi ci sarà la benedizione, la prima dell’anno e la fine della messa.
Ma la chiesa non si svuoterà, perchè quel pubblico immenso resta dentro alla grande chiesa o viene sostituito da un altro pubblico che ininterrottamente la riempie, anche se sull’altare non c’è più un padre che celebra la Messa. C’è sempre quel presepe, che rimane come un faro acceso e questa umanità composita di chi si scopre il capo davanti alla mangiatoia e di chi ignaro anche del significato di quella scena scultorea in fondo al tempio americano resta in silenzio e cerca di capire.

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1 Commento

  1. tiziana scrive:

    questo pezzo è incalzante,non dà tregua!la messa passa in secondo piano perché anche in chiesa c’è l’atmosfera eccitante della grande mela!manzitti ha assorbito tutta questa energia e ce la trasmette!bravo e buon anno Tiziana

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