don romeo e peschiera a santo Stefano

22 mar 2018 by FrancoManzitti, Commenti disabilitati

L’ABATE CONSERVATORE DI SANTO STEFANO
E L’URLO ANTI BR DELLA VITTIMA FILIPPO PESCHIERA

La chiesa è quella fantastica che ha un sotto, un sopra e un fianco, anzi due fianchi e un abside, posata come un gioiello a mezza altezza nel cuore della citta: il miracolo di Genova, l’unica nella quale dalla strada principale puoi alzare lo sguardo e scoprire “ al piano di sopra” un tempio stupefacente come Santo Stefano. E da lì ,dal suo sagrato aperto puoi guardare in sù ancora come se la città fosse a strati.
Il rito è quello di commemorazione delle vittima del terrorismo nella domenica che coincide con i 40 anni del sequestro e della morte di Aldo Moro, di cui sono pieni i giornali e le televisioni.
Celebra l’abate di questa stupenda chiesa dalle radici profonde nel Medioevo, vero crocevia genovese della storia, l’abate Paolo Romeo, che entra con i chierichetti e il tricorno ben calzato in testa e sale lento le scale che portano all’altare, mentre le navate restano in basso, nobilitate da quel mirabile dipinto di Luigi Romano che raffigura il sacrificio di Santo Stefano.
E’ la penultima domenica di Quaresima e non te lo ricordano solo i paramenti del celebrante, ma anche i veli che coprono alcune delle statue nella mirabile chiesa e che offrono all’abate lo spunto della sua omelia.
“Abbiamo velato alcune delle immagini della chiesa nel rispetto della tradizione_ Oggi ci si concentra sul Calvario di Cristo crocifisso. Desideriamo mettere nel nostro cuore il modo giusto di vedere Gesù.” Ecco spiegata la velatura che riporta molto indietro nel tempo, quando si venerava l’immagine privandone della vista. “Tra i vecchi comandamenti _ spiega il predicatore dall’alto del suo pulpito che in questa chiesa sovrasta veramente i fedeli_ c’era quello di non farsi immagine di Dio.” Da quell’insegnamento nacque poi la lotta iconoclasta contro chi voleva , invece, raffigurarlo. “L’eresia iconoclasta_ spiega il predicatore _ aveva voluto poi la distruzione delle immagini e come ha poi recuperato il cristianesimo la devozione per le immagini? Con la reincarnazione si rende possibile l’immagine del Signore. In questo modo le immagini non restano idoli di Dio e tutto diventa visibile.”
Ma allora perchè oggi, alla vigilia quasi della Settimana Santa, la chiesa vela le immagini, copre le statue, nasconde l’iconografia? La spiegazione dell’abate Romeo è che noi dobbiamo meditare davanti alla reincarnazione del Signore, davanti a questo mistero, chiudendo gli occhi, concentrando il nostro spirito perchè nulla ci distragga.
“Se vieni nell’intimo_ dice l’abate_ chiudi gli occhi. Vela le immagini dei santi, chiudi gli occhi per concentrarti meglio nel mistero del Calvario, Dio che si è fatto uomo e che muore sulla Croce.”
Attenzione _ osserva l’omelia_ l’emozione non ci salva, è un veicolo per farci capire che il mistero del Calvario è centrale.
L’abate ricorda che il quarto Vangelo, quello di san Giovanni, è “votato al calvario”, che l’ora teologica si fissa sul mistero della rivelazione, sul mistero del crocefisso come rivelazione. Non c’è amore più grande, più divino come quello che viene dal crocefisso, perchè non c’è nessuno che ama di più di chi dà la propria vita per gli altri..
“Non è un caso _ spiega Romeo _ che Giovanni scriva come Gesù “consegni” il suo spirito, non “muoia”, non “spiri”, ma appunto consegni…….
Il crocefisso è il simbolo di quell’amore, quanti bei crocefissi abbiamo nella nostra grande storia culturale, storica, religiosa: dobbiamo essere aspersi per entrare in quell’abbraccio….dobbiamo concentrarci, entrare nell’essenziale, soli, a occhi chiusi, con il crocefisso dentro al mistero…….
La conclusione dell’omelia è sottolineata con l’apertura delle braccia, quasi l’abate volesse contenere tutta l’assemblea dei fedeli. “Con il Calvario si realizza la profezia di Geremia, non c’è bisogno di istruzione esterna. Sentiamoci chiamati dalla Grazia.”
E’ una messa molto tradizionale o tradizionalista quella di santo Stefano, con i canti in latino e tutta la celebrazione su un altare dove l’abate volge le spalle ai fedeli, come prima del Concilio.
Anche l’introduzione finale al tema del terrorismo, per le cui vittime la messa è celebrata, evoca questo mostro, come “il diavolo” che ha ispirato gli assassini, i sequestratori, i violenti degli anni terribili che anche Genova ha vissuto.
E a questo punto per ricordare quei tempi cupi il microfono passa ai piedi dell’altare a Filippo Peschiera, 87 anni, professore universitario, militante della Dc, “gambizzato” dalle Brigate rosse il 18 febbraio 1978, due mesi prima di Moro, nella sua scuola di Formazione Politica in via Trento.
Nella storia di questo terrorismo Peschiera che è ancora vivo, vitale, quaranta anni dopo quel trauma, è un caso unico perchè fu l’unico che è riuscito a dialogare con i terroristi prima che lo ferissero, prima che _ come poi trapelò, mirassero addirittura a ucciderlo. Già tante volte fatto negli “anni di piombo” spararono per uccidere anche a Genova: Francesco Coco, Guido Rossa, i carabinieri Tosa e Battaglini, la scorta di Coco stesso, Dejana e Saponara, il commissario Antonio Esposito…..
Ora sotto l’altare di Santo Stefano, sotto il pulpito il professere alza quasi la voce a ricordare: “Perchè c’era il terrorismo?_ spiega Peschiera_ Esistevano i “cattivi maestri”, c’era il tradimento degli intelettuali, ricordate quella formula ambigua “nè con lo Stato né con le Br”. E poi c’era l’incertezza dei nostri servizi segreti, c’era Taviani che minimizzava”. Insomma, attraversavamo tempi molto cupi.
“ L’unico punto fermo _ sp:iega Peschiera_ era l’Arma dei Carabinieri. I brigatisti non erano un oggetto misterioso, erano figli della contestazione che io ho ben conosciuto e vissuto come professore alla Statale di Milano. C’era un rifiuto diffuso dell’autorità ovunque: nella scuola, nella Chiesa, in tutta la società. C’era come un invito alla ribellione…..”
Poi ecco la storia di quel dialogo tra il professore spalle al muro, il cartello con la stella a cinque punte attaccato alle sue spalle, le armi già spianate dai terroristi. “ Ho parlato con loro più di venti minuti, prima che sparassero_ racconta il professore_ ho potuto capire con chi avevo a che fare. Erano assolutamente ignoranti, di una ignoranza totale, erano privi di un programma di lotta, era una merce umana esposta a ogni colpo di vento. Li ho visti da vicino……un ciarpame culturale da fare paura.”
Chissà se quel dialogo aveva fatto abbassare la guardia ai pistoleri delle Br che ferirono alle gambe il professore Peschiera e poi se ne andarono. Lui restò a terra in una pozza di sangue.
Sono passati quaranta anni e in questa chiesa di santo Stefano, alla fine della Messa, con il suo sguardo chiaro, il prof ricorda con un po’ di rabbia. Forse è la prima volta che parla così deciso. A Santo Stefano.

CHIESA DI SANTO STEFANO

don PAOLO ROMEO ABATE

domenica ore 11

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