
"Origine del latte: Italia". Se leggeremo questa dicitura, vorrà dire che l'intero processo di produzione - dalla mungitura al confezionamento - è avvenuto entro i confini nazionali. Una garanzia di trasparenza che permetterà ai consumatori di scegliere meglio sugli scaffali. In alternativa, troveremo indicati separatamente il Paese di mungitura e il Paese di trasformazione o confezionamento. Attenzione all'espressione "latte di Paesi Ue": non certifica l'uso di latte italiano ma afferma che è stato usato latte proveniente da più Paesi comunitari. Per smaltire le scorte con le vecchie etichette, avverte Coldiretti, potranno volerci anche sei mesi.
"Non si può più giocare con queste cose. Bisogna lavorare per ottenere un prodotto migliore, è un discorso di filiera che parte dal produttore e arriva al consumatore, che è attento e vuole sapere da dove viene ciò che acquista. E se il consumatore è contento e tutti si comportano bene, a guadagnare siamo tutti", commenta Matteo Alberti, vertice dell'omonima azienda che da ormai un anno, sotto il marchio 'Valli Genovesi', si rifornisce dagli allevatori dell'entroterra genovese - e in particolare dalla Valle Stura - finiti al centro del 'caso latte' dopo la disdetta del contratto con Parmalat nel 2016.
Ancora non esistono norme obbligatorie che consentano di tracciare l'esatto luogo geografico di provenienza di latte e derivati. L'ultima parola parola spetta insomma al cliente finale che può imparare a riconoscere i marchi del territorio. "Noi non compriamo sul territorio per fare un piacere a qualcuno. Quelle degli allevatori liguri sono aziende modello - continua Alberti - che purtroppo soffrono la difficoltà di collocare sul mercato la materia prima, non essendo dotate di grandi sistemi di trasformazione. Ma si tratta di latte con specifiche molto elevate, ed è merito loro".
IL COMMENTO
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