
“Nel piano di sviluppo del 2015 abbiamo investito 55 milioni per un nuovo laminatio, forno di ricottura, spianatrice e linea di taglio. Certo poi è arrivata la crisi del settore acciaio a causa delle politiche protezionistiche di Trump, che ha introdotto i dazi, e per il diesel gate, lo scandalo delle certificazioni taroccate di emissioni inquinanti, che ha bloccato il settore automobilistico che per noi fa il cinquanta per cento del mercato - spiega Sacco - oggi la gente non compra auto ma si ferma e aspetta. Dal 2019 al 2018 la nostra produzione è calata circa del 20 per cento. Sul caso Ilva dice: “l’Italia non può permettersi di perdere la produzione di acciaio, anche perché c’è un tessuto di piccole e medie imprese che vive di questo prodotto”. Sulla possibile nazionalizzazione: “Non importa chi è il proprietario ma come la gestisce”. Bocca cucita su eventuali appetiti di Arvedi su Ilva.
E i lavoratori? Che cosa dicono della crisi e dei timori dei compagni di Cornigliano, Taranto e Novi, seppur di azienda concorrente per proprietà anche se non direttamente per prodotto? “Siamo con loro, e con le loro famiglie - spiegano Alessio Mammoliti e Lorenzo Vigne delle Rsu aziendale - e se dovessero scioperare ci uniremo. L’Italia non può perdere l’acciaio, il Governo deve aiutare gli imprenditori che vogliono investire e non solo fare soldi con soldi”.
IL COMMENTO
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