
Ieri sera una dozzina tra gli sfortunati protagonisti di quella vicenda che rappresenta una ferita che rimarginare sarà impossibile sono tornati lì dove accadde tutto. Con grande coraggio, mi viene da dire, o forse per esorcizzare definitivamente dopo vent’anni ciò che furono costretti a subire. Hanno cercato e ottenuto il massimo riserbo, senza rilasciare interviste, dribblando telecamere e flash dei fotografi. Nel piazzale della scuola si erano date appuntamento circa trecento persone per le quali evidentemente l’appello di allora - ‘Un altro mondo è possibile’ - continua a rappresentare un’urgenza, forse ancora maggiore.
Si è stati insieme un’ora e mentre i discorsi e le ricostruzioni di quella sera si alternavano a momenti musicali, le vittime sono entrate dentro la palestra quasi di soppiatto, in fila indiana, uno dietro l’altro, in testa il collega Mark Covell che finì in coma, a rivedere quegli spazi, quelle aule, quei corridoi che chissà quante volte avranno popolato i loro incubi e che forse adesso – senza urla, senza sangue, senza violenza gratuita - potranno essere loro utili se non a dimenticare quanto meno ad allontanare i fantasmi del passato. Chissà.
IL COMMENTO
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