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La visita del premier Matteo Renzi a Genova? Una passerella elettorale. Con un solo quid in più: la firma dell’accordo tra il Fondo strategico italiano e Shangai electric, in virtù del quale il colosso cinese acquisirà il 40% di Ansaldo Energia, l’azienda genovese guidata da Giuseppe Zampini e recentemente passata dal controllo di Finmeccanica a quello del braccio finanziario di Cassa depositi e prestiti. Per il resto, il Renzi “genovese” è stato un florilegio di ovvietà. E di qualche inciampo. Come a Morego, nella sede dell’Iit, dove ha spronato i ricercatori a “vincere il Nobel”. Roberto Cingolani, il direttore dell’Istituto, pur soddisfatto per l’incontro con il primo ministro, poi non ha potuto non puntualizzare: “La nostra attività è interdisciplinare, difficile concorrere a Premio che invece si assegna a discipline precise”. Appunto.

Nella scuola di San Teodoro, intitolata a Emanuela Loi, vittima della mafia nella strage di via D’Amelio in cui fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino – con anticipo della cerimonia proprio dare maggior senso alla visita di Renzi – il premier ha espresso “la vicinanza dello Stato alle forze dell’ordine”, ma anche qui nulla che non fosse scontato.

Infine la firma dell’accordo nella sede di Ansaldo. Ed è stata un’occasione persa. Ricordate quando Renzi si scagliò contro l’operazione con cui il Fondo strategico acquisiva l’azienda, parlando di “utilizzo del denaro dei risparmiatori per salvare un’impresa decotta”? Sebbene Franco Bassanini gli abbia spianato la strada – “Il sindaco di Firenze ebbe a manifestare delle perplessità, oggi siamo qui a fugarle” – il premier ha preferito giocare di arroganza anziché di umiltà: “Volevo essere di stimolo, spingervi ad aprirvi sul piano internazionale ed è quel che è successo”. Come a dire: avevo ragione io. Invece non ne aveva per niente, di ragione, e avrebbe fatto molto meglio a confessare che lui, in quel momento, neanche sapeva di che cosa stesse parlando. Non essendo l’onniscienza di questo mondo, può capitare. E se lo avesse detto davanti, proprio a dirigenti e maestranze dell’Ansaldo, avrebbe guadagnato considerazione. Questo Paese non ha bisogno di nuovi (presunti) infallibili per risolvere i suoi problemi, ma di persone che abbiano sempre chiaro il senso della realtà.
 
Il caso Ansaldo, invece, si è rivelato l’ennesima palestra intorno alla quale si sono consumate esercitazioni di ogni tipo: basta ricordare quando il governatore ligure Claudio Burlando si schierò a favore del negoziato con Siemens (portato avanti dall’allora numero uno di Finmeccanica Giuseppe Orsi) o si appiattì, successivamente, sull’ipotesi spinta da Alessandro Pansa, successore di Orsi, a favore della coreana Doosan. I colonnelli del governatore e tutta l’informazione a lui vicina sostennero quelle tesi e Zampini rimase solo, con qualche giornalista “spurio” a sostenere il contrario del pensiero dominante e un parlamentare del Pd – Lorenzo Basso – che tirò tanto per la giacca l’ex premier Enrico Letta da convincerlo che la strada da seguire era quella del Fondo strategico. Mica perché i tedeschi di Siemens o i coreani di Doosan fossero “brutti e cattivi”, ma solo perché le ragioni industriali più profonde non ne facevano gli interlocutori giusti per Ansaldo Energia (al contrario di quanto avvenne per Orsi automazione, altra azienda genovese acquisita con esito felice dalla Siemens).

Ecco perché la cosa migliore che Renzi avrebbe potuto fare era scusarsi per quella sua vecchia improvvida sortita e formulare gli auguri all’Ansaldo per la nuova avventura con i cinesi, apponendo il proprio sigillo a un’operazione che comunque declina il suo pensiero nel miglior modo sull’esigenza – e su questo sì ha ragione – che l’Italia sappia essere protagonista nel mondo e sappia attirare importanti investimenti.

A conclusione della sua mattinata genovese, incontrando una delegazione di Piaggio Aero Industries in un clima di ovvia tensione, il premier ha riposto ogni velleità di accattivarsi simpatie a buon mercato facendo promesse a vanvera. Il solo impegno assunto è stato quello di attivare il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, e di augurarsi che il prossimo 19 maggio la trattativa al tavolo romano possa offrire prospettive diverse al programmato trasferimento a Villanova d’Albenga della fabbrica di Sestri Ponente. Neanche un parola, dicono le indiscrezioni filtrate, sull’ipotesi di “strattonare” il fondo arabo Mubadala, proprietario della Piaggio, per far convergere il caso genovese con il negoziato per Alitalia, che sta conducendo la compagnia Ethiad, controllata dallo stesso fondo Mubadala. E’ il caso di dirlo: meno male, nessun volo pindarico.