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Prima Claudio Scajola. A ruota Luigi Grillo. Infine Giovanni Berneschi. Tutti trascinati agli arresti da tre distinte inchieste giudiziarie, radicate su Reggio Calabria, Milano e Genova, che hanno terremotato il sistema di potere ligure. Del quale il vero trait-d’union era l’ex presidente di Banca Carige, essendo Scajola e Grillo notoriamente e da anni l’un contro l’altro armati. Quando stavano insieme in Forza Italia e nel Pdl e a maggior ragione adesso, visto che il primo è comunque rimasto alla corte di Berlusconi, mentre il secondo si è iscritto al Nuovo centrodestra di Angelino Alfano.

Chi starà toccando ferro è il governatore Claudio Burlando, altra perla della collana infilata da Berneschi nella tessitura dei rapporti che per vent’anni ne hanno fatto il padre-padrone del più importante istituto di credito ligure. E capace, con la forza del denaro, di condizionare la politica, più che esserne condizionato.

Come finiranno le inchieste, e se si allargheranno ulteriormente fino a raggiungere altri gangli della classe dirigente ligure, ce lo dirà la magistratura, si spera con tempi più celeri di quelli cui la giustizia italiana ci ha abituati. Ma una domanda bisogna porsela subito: queste vicende impatteranno sul voto per le europee e financo sulle amministrative, almeno nelle quattro località maggiori – Ventimiglia, Sanremo, Albenga e Rapallo – dove gli elettori dovranno scegliersi il nuovo sindaco?

Dare una risposta è difficile. Però non c’è dubbio che le iniziative delle procure possono potenzialmente portare fieno in cascina al fronte dell’antipartitismo, quindi da una parte a Grillo e dall’altra all’astensionismo. Con Renzi che sta tentando di partecipare al banchetto un po’ attraverso una sfilza di promesse su ciò che il suo governo farà – a parte gli 80 euro in busta paga questo mese per chi ne guadagna meno di 1.500 – un po’ proponendo il Pd come partito della “rottamazione costruttiva”, implicitamente tacciando il Movimento 5 Stelle di essere l’alfiere del disfattismo. Con una necessità su tutte: ottenere, per quanto in forma surretizia, quella legittimazione popolare che gli manca, essendo arrivato al timone del Paese con un’operazione per niente innovativa e, semmai, più somigliante alle tipiche congiure della Prima Repubblica.
Nella radicalizzazione dello scontro fra Renzi e Grillo, Berlusconi fa la figura, per la prima volta durante la sua parabola politica, del vaso di coccio.

Fiaccato, nelle aspettative, anche da sondaggi impietosi che lo danno in netto ritardo rispetto ai competitori. E, in più, con lo spettro che il Nuovo centrodestra, al netto delle questioni giudiziarie che hanno coinvolto alcuni suoi esponenti, possa ottenere un risultato tanto forte da consentirgli, dopo il 25 maggio, di lanciare un’Opa su Forza Italia.

Si vota per l’Europa ed è un voto maledettamente importante. Perché per la prima volta saranno i cittadini, seppur in forma ancora indiretta, a scegliere il presidente della Commissione Ue. E perché dall’esito delle urne dipenderà la possibilità di mettere Angela Merkel all’angolo, chiudendo una volta per tutte la stagione del rigorismo fine a stesso, cercando di aprire quella di una solidarietà vera fra gli aderenti all’Euroclub. Che passa attraverso l’introduzione degli eurobond, per garantire tutti insieme il debito dei Paesi più deboli, un’armonizzazione fiscale e comuni regole sul lavoro che impediscano l’attuale dumping sociale sul quale Berlino ha lucrato ampi guadagni.

Dimenticando l’aiuto ricevuto ai tempi dell’unificazione delle due Germanie.
Si vota per tutto questo e per qualcosa in più, domenica. Ma dalle urne uscirà anche un risultato che impatterà direttamente sugli equilibri politici italiani. Non al punto, a meno di un impronosticabile tracollo del Pd, da mettere in discussione la tenuta del governo, ma certamente prospettando l’eventualità che il gioco cambi. Soprattutto guardando alle riforme e alla prima fra di essere: se finisse bastonato dal voto, è immaginabile che Berlusconi ancora si presti a varare l’Italicum – la nuova legge elettorale – così com’è stato concepito nell’accordo con Renzi? L’ex Cavaliere ha già fatto capire che non sarà così e, difatti, il premier non si mostra più così ottimista: “La domanda – risponde a chi gliela sottopone – dovete rivolgerla a lui”.

In questo gioco di sponde e di rimandi entra anche una specificità della Liguria. Nel 2015 si tengono le regionali e nel Pd è già tutto un lacerarsi, dopo l’inspiegabile sortita anzitempo di Burlando, che ha annunciato di farsi da parte, lanciando la delfina Raffaella Paita per la successione. In attesa di conoscere chi, partorito sempre dall’interno dei democratici, incrocerà le lame con lei, il partito ha avanzato la sua proposta di riforma elettorale.

Via il listino dei nominati, e ci mancherebbe che questa vergogna non fosse cancellata, ma soprattutto un forte premio di maggioranza assegnato al vincitore: il 60%, cioè 18 seggi su 30. “Un’esigenza dettata dal dovere di garantire la governabilità” è la tesi sostenuta. Ma il Pd insisterà su questa linea se il prossimo 26 maggio scoprisse che in Liguria il primo partito è quello di Grillo e che il Movimento 5 Stelle avrebbe a quel punto tutte le credenziali per vincere anche le regionali?