
E già, perché l’offerta in campo, quella proveniente dal colosso Arcelor Mittal, lascia più di un dubbio. E il sospetto è che la multinazionale abbia un duplice obiettivo: comprare per un piatto di lenticchie, pretendendo che la gran parte degli oneri finiscano sulla schiena degli italiani, e in tempi più o meno brevi arrivare alla chiusura dell’Ilva. Perché così risolverebbe i problemi attuali di sovrapproduzione del mercato siderurgico, salvando così i prezzi e, quindi, i propri margini. Storia vecchia, già vista. E allora? Allora Renzi manda subito a dire: qui nessuno è fesso. Solo una mossa tattica, per rilanciare il negoziato in termini più accettabili? Chissà.
Intanto, però, ecco il “Cinese” che da Genova, a sua volta, se ne esce così: "L’ipotesi di un intervento pubblico diretto a sostenere in modo chiaro e deciso una realtà come quella di Ilva rappresenta, allo stato attuale, un dato positivo ed una posizione condivisibile. L’Italia non può rinunciare ad una realtà così importante per il comparto siderurgico, capace di competere a livello internazionale garantendo posti di lavoro per migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto”. E aggiunge: “Un intervento pubblico che, attraverso il Fondo Strategico, abbia una parte centrale nel rafforzamento del capitale dell’azienda e possa garantire la strutturazione di un piano industriale di rilancio in grado di poter rendere ancor più attrattiva e competitiva Ilva sul mercato nella futura ricerca di nuovi partner o eventuali compratori”.
Giusto adesso Renzi ha affermato che “il Jobs Act è la cosa più di sinistra” che si possa immaginare, ma su questo punto Cofferati continua a pensarla diversamente- Basta la distanza sulla riforma del lavoro per dire che fra i due l’incomunicabilità è totale? Evidentemente no. Il caso dell’Ilva, che a Genova ha uno dei suoi più importanti stabilimenti, è lì a testimoniarlo. Fiori d’acciaio. Non sarà amore, ma non sta scritto da nessuna parte che fra Renzi e il “Cinese” debbano volare gli stracci.
IL COMMENTO
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