
La lenta fuga di Ericsson è l’emblema di un progetto nato sotto una cattiva stella. In quella che doveva essere la silicon valley della Liguria, i palazzi ancora incompiuti si svuotano ancora prima di riempirsi. Nella torre Ericsson si erano stabiliti i 1.100 lavoratori ex Marconi, poi assorbiti da Ericsson. Oggi quella torre semivuota ne ospita circa 600. Ma la dirigenza ha intenzione di fare piazza pulita in tutta Italia.
A Genova si tratta di poche unità in gioco, ma quel che preoccupa i sindacati è il cambio di strategia: “Anziché riqualificare i lavoratori, vogliono subito licenziare – spiega Daniele Gadaleta, coordinatore regionare di Slc Cgil – L’intenzione è quella di smembrare l’azienda nel giro di pochi anni. Le migliori competenze sono già uscite. Noi chiediamo di riportare all’interno i servizi affidati all’estero o ai consulenti”.
Sul polo tecnologico di Erzelli le sensazioni sono negative. “È stata un’idea importante, su cui eravamo d’accordo tutti: noi sindacalisti, la Camera del Lavoro, le istituzioni. Ma di fatto gli avanzamenti sono molto ridotti. Le aziende si insediano qui e smantellano le strutture principali nel giro di pochi anni”. E l’edificio di Ericsson è lì a testimoniarlo: “Man mano i piani si stanno svuotando”, sospirano i lavoratori.
Fa impressione, se si pensa che proprio questo centro doveva essere il punto di partenza per i giovani imprenditori e ricercatori genovesi. Proprio qui doveva crearsi quella sinergia virtuosa tra start-up, multinazionali, università, incubatori. Invece ci sono solo gli impiegati e gli ingegneri infreddoliti dietro agli striscioni delle sigle sindacali, tutti a chiedere di mantenere fede alle promesse.
Intanto il vento soffia forte tra i palazzoni postindustriali della nuova era hi-tech. Davanti, gli aerei solcano la pista di un aeroporto ritenuto non strategico. Tutto intorno, un brullo deserto di sterpaglie e cemento. E qui agli Erzelli, presuntuosa, la sua cattedrale.
IL COMMENTO
"Ti ricordi Bilancia?" 17 vittime scelte per odio e per caso
Che brutta quella piazza cerniera che doveva salvare il centro storico