
Un campione che ha vinto tutto, dalle Olimpiadi di Roma come dilettante, alle difese in serie del titolo mondiale dei pesi massimi da professionista, circondando le sue imprese con parole, gesti, espressioni che ne hanno fatto un’icona dell’anti razzismo, dell’integrazione e, paradossalmente ma solo all’apparenza, della non violenza.
Già il cambio di religione e di nome era stato traumatico vista l’epoca in cui avvenne, ma lui seppe trasformare tutto nella cosa più naturale del mondo. Non ha mai rinnegato la scelta di interrompere la sua carriera per non andare a combattere in Vietnam (celebre la sua battuta “Ali, sai dov’è il Vietnam? E lui: “Si, in Tv”), non ha mai, non ha mai arrestato la sua esuberanza verbale ( e usiamo un eufemismo) contro gli avversari ma anche contro coloro che rappresentavano quello che non andava nel mondo che circondava Ali e gli Stati Uniti in bilico tra la guerra, gli hippies e il Watergate.
Un uomo che voleva unire, invece che dividere, ed è paradossale che ci sia riuscito con l’esibizione della sua fragilità di essere umano, ultimo tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996, e già assalito dal Morbo di Parkinson. La riconsegna della medaglia d’oro conquistata a Roma nel 1960 e da lui gettata in un fiume per rabbia contro le discriminazioni razziali fu un ultimo, doloroso tentativo della comunità americana di chiedere scusa a lui, il più grande.
Come il messaggio che ha lasciato a tutti e che arriva diretto dal suo ring personale: “Vola come una farfalla e pungi come un'ape”. Alì, il più grande.
IL COMMENTO
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