Il primo impatto è col 18, tragitto piazza Giusti-via XX Settembre. È una linea di forza, cioè una delle più importanti e frequentate, quindi dovrebbe essere servita da mezzi autosnodati lunghi 18 metri. Ovviamente arriva una vettura da che di metri ne misura 12, bella piena. C'è un filo d'aria condizionata, che non è cosa scontata. Il bus guadagna l'altra sponda del Bisagno, quindi ferma davanti all'ingresso della metropolitana. Qui salgono tre donne che iniziano a litigare ad alta voce. Emanano tutte un brutto odore. Mi guardo intorno per capire chi sono i passeggeri: vedo tanti anziani accaldati, qualche mamma coi bambini, una ragazza carina ma scocciata. Faccio fatica a trovare un posto dove mettermi senza creare intralcio, carico come sono di uno zaino e un sacchetto pieno. Una signora mi guarda male perché l'ho sfiorata con la borsa. Semaforo dopo semaforo, approdiamo all'Orientale come naufraghi a terraferma. Mi appiccico alla porta centrale e alla fermata successiva scendo.
Prossima volta a piedi, mi dico. Anche perché in certi orari non hai alternative. Finisco di lavorare alle 23.20, il mio bus parte a Brignole tra cinque minuti: non ce la farò mai. La prossima corsa è a mezzanotte e mezza, tra più di un'ora. Così mi carico il bagaglio sulle spalle, la borsa in mano, buona musica in cuffia e mi avvio di buona lena verso la mia vallata. Arrivo stanco e sudato, ma almeno ho anticipato la diligenza serale di ben 25 minuti.
E fu sera e fu mattina: secondo giorno. Quasi quasi passo dal gommista per vedere se ha finito il lavoro. Come da copione, perdo il mio bus per una manciata di secondi. Aspetto con pazienza. Dopo dieci minuti di attesa ne arriva un altro, in ritardo. Ma è una corsa che va stranamente in rimessa, e quindi ci scarica ben prima del naturale capolinea. Per fortuna la coincidenza è piuttosto rapida e in un paio di fermate sono giunto a destinazione. A questo punto il fato mi restituisce qualcosa: lo pneumatico è stato riparato. Così sono di nuovo alla guida della mia piccola e modestissima utilitaria, che però un po' inquina anche lei. Fortuna che oggi è il primo weekend dei saldi e, grazie al Comune, posso parcheggiare in centro senza pagare e senza temere multe.
Al termine della frizzante avventura - credo sia stata una punizione per aver tradito Amt dopo anni di matrimonio - ho capito un po' di cose. Anzitutto che le uniche ragioni per usare il trasporto pubblico a Genova sono l'ecologismo e l'assenza della menata-parcheggio. L'ecologismo è poi relativo perché a Genova si gira soprattutto con gli autobus, come nei mitici anni Settanta, quando avevano buttato via i tram elettrici per far girare i bestioni Fiat a benzina. Autobus che, oggi come allora, usano gli stessi percorsi dei veicoli privati, salvo qualche penosa corsia gialla. Quindi è un po' come andare tutti su una sola macchina: si trova lo stesso traffico, però ci si ferma più spesso e ci si mette molto di più. Ma almeno l'inquinamento pro capite è più basso e le coscienze ambientaliste sono più tranquille.
Poi c'è un aspetto sociale che finora avevo sottovalutato: il mezzo pubblico lo usa solo chi non ha alternativa. Cioè le categorie più sfigate. Ogni rincaro tariffario, ogni taglio al servizio, ogni complicazione ulteriore va a pesare su anziani, giovani e poveri. Queste fasce di popolazione vivono in una città isolata. Ma non isolata da Milano, Torino o Roma: tanto non hanno motivo di andarci. Molto peggio: è una città isolata al suo interno, dove fai fatica ad andare da qui a lì.
Dove benedici le creuse, le scalette e le scorciatoie pedonali che ti fanno risparmiare qualche minuto. Dove l'unico vanto in tema di trasporto collettivo sono gli ascensori e le funicolari che tagliano le circonvallazioni, e ancon d'assæ che ci sono. Dove la metropolitana non è l'ossatura del sistema, come avviene ovunque nel mondo, ma un piccolo tram sotterraneo che buono buono attraversa il centro, una specie di accessorio marginale. Dove per anni non si è fatto uno straccio di pianificazione che non fosse acquistare carrette usate, ripararle, demolirle e comprarne altre. Sindaco Bucci e assessore Balleari: buona fortuna. Ne avrete tanto bisogno.
IL COMMENTO
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