Politica

1 minuto e 36 secondi di lettura

"Sono fascisti". Non usa mezzi termini il coordinatore metropolitano del PdL Gianfranco Gadolla per definire quella quarantina di membri del Popolo della Libertà genovese che hanno chiesto le dimissioni del senatore Enrico Musso dopo le sue ultime dichiarazioni che definivano 'illiberale' il partito. Gadolla, dal canto suo, pur facendo riferimento a Gianfranco Fini e rappresentando adesso il punto di riferimento genovese di 'Generazione Italia' che fa capo proprio al presidente della Camera non ha nessuna intenzione di andarsene, volendo anzi mantenere sia questo ruolo che quello di coordinatore metropolitano: "Non vedo contraddizioni - ha detto a Primocanale -. E' come se qualcuno mi chiedesse: ma lei può essere coordinatore metropolitano e genoano allo stesso tempo? Così come ho una passione nel calcio mi piace il modo di ragionare di Fini e sono d'accordo con le sue tesi di fondo. Non vedo perché dovrei andar via perché la penso in un modo o nell'altro. Non parlo come Stalin. Poi, ovviamente, il potere di cacciarmi ce l'hanno ma sarebbe ridicolo. Rispetto a questi intransigenti, ringrazio invece le posizioni più moderate che hanno tenuto Scandroglio, Cassinelli e Minasso. Comunque, chi ha il pallino in mano sono i coordinatori nazionali: quando decideranno di tagliarci la testa, noi ci faremo tagliare la testa". In realtà, però, per Scandroglio "è giunta l'ora della lealtà. Non si può continuare a sciuscià e sciurbì, non pagare mai dazio ed anzi avere solo benefici di ogni genere", riferendosi proprio a Musso e Gadolla. "La chiarezza è cosa indispensabile e da oggi vorremmo essere certi che tutti remino dalla stessa parte. Mi auguro - conclude Scandroglio- che chi sbatterà la porta non pretenda di tenersi le chiavi e che i comportamenti di chi sceglierà strade diverse siano coerenti fino in fondo e non si limitino a frasi di principio". (Dario Vassallo)