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Due giorni, al Festival di Cannes, sotto il segno delle sparatorie, ma questa volta sullo schermo e non in piena Croisette come e' successo venerdi' scorso. Insomma, tutto regolare ma fino a un certo punto perche' i cosiddetti film 'polizieschi' - di solito - in questi tipi di manifestazione non sempre vengono scelti. In concorso, a sdoganarli e' stato un paio di anni fa il bellissimo 'Drive' di Nicolas Winding Refn che riscriveva completamente il genere e che torna dopodomani con il suo attore-feticcio Ryan Goslin, interprete di 'Only God forgives'. Nell'attesa e' arrivato il giapponese Takashi Miike, idolo dei cinephiles, con 'Shield of straw' nel quale sulla testa di un killer che ha ucciso una bambina di sette anni il ricchissimo nonno mette una taglia di un miliardo di yen offerta a chiunque riuscira' ad ucciderlo, rendendolo cosi' bersaglio potenziale di milioni di giapponesi che mirano a quei soldi, sbirri corrotti compresi, e ponendo un gruppo di poliziotti che lo devono trasferire da una citta' di provincia al tribunale di Tokyo in una situazione davvero complicata.


Si potrebbe definirlo un 'poliziesco morale' che nella proiezione per la stampa ha diviso gli addetti ai lavori, tra fischi ed applausi, come si conviene ad un film in un certo senso 'estremo', caratteristica tipica del suo regista, che pone i protagonisti (e con loro lo spettatore) all'interno di un vortice di violenza nel quale si rimane inevitabilmente imprigionati.

Piu' classico, nello schema e nel genere, e per questo fuori concorso e certamente meno coinvolgente, e' 'Blood ties', remake girato in America da Guillaume Canet di 'Les liens du sang' (2008), film di Jacques Maillott nel quale lo stesso Canet era protagonista: la storia, nella Brooklyn degli anni settanta, del rapporto tra due fratelli che si trovano sulla parte opposta - si potrebbe dire - delle barricate: uno poliziotto, l'altro criminale. Perche' si sia sentita la necessita' di un  remake dopo soli cinque anni dall'originale per una vicenda tutto sommato banale e scontata, resta un mistero.

C'e' invece poco di misterioso nell'ultimo film dei fratelli Coen, per l'ottava volta in concorso a Cannes, che con 'Inside LLewyn Davis' disegnano il ritratto di un cantautore folk nella New York dei primi anni sessanta, insomma al tempo di Bob Dylan, ispirandosi alla vita di Dave Van Ronk che di Dylan fu amico. Un film (interpretato anche da Justin Timberlake) tra i piu' personali degli ultimi tempi per i Coen che disegnano in agrodolce il ritratto di un tenero perdente - in viaggio tra il Greenwich village e Chicago - che diventa la cartina al tornasole (o forse l'icona) di un'intera epoca oggi dimenticata alla quale pero' regalano una patina di coinvolgente modernita'. Perche' a volte la differenza tra successo ed insuccesso e' questione di attimi, come il trovarsi al posto giusto nel momento sbagliato. Un altro film che si candida alla Palma d'oro (anche se i registi di  'Barton Fink' e 'Il grande Lebowski' non ne avrebbero bisogno) in un concorso di buon livello che finora non ha deluso le aspettative. (Dario Vassallo)