cronaca

Petrolio in mare, dalle responsabilità tecniche a quelle politiche
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Lo sversamento di petrolio che da dieci giorni tiene con il fiato sospeso la Liguria è solo responsabilità della Iplom oppure c'è dell'altro? La domanda è inevitabile di fronte a due inquietanti dichiarazioni.

La prima viene dal capo dei Pm genovesi, Francesco Cozzi, a proposito delle condizioni dell'oleodotto: "La rottura non sembra sia stata provocata da uno smottamento di terra e potrebbero esserci altri punti critici". La seconda affermazione è del ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, arrivato sul luogo del disastro: "Chi inquina, paga. Lo dice la legge. In più c'è il problema dei controlli, che in Italia non sono omogenei".

Se mettiamo insieme le parole di Cozzi e quelle di Galletti si evince che accanto alle responsabilità dell'azienda ci sono (potrebbero esserci) quelle di chi è chiamato a vigilare sulla sicurezza di impianti che sono per definizione pericolosi per la salute delle persone e dell'ambiente. Dunque: chi doveva controllare lo ha fatto nel modo e nei tempi giusti? Ha risposto soltanto alla serietà e al rigore imposti da un compito di tanta estrema delicatezza o ha dovuto (magari voluto) farsi condizionare da pressioni che potrebbero essere arrivate dall'azienda (la sicurezza ha dei costi, abbiamo visto casi in cui si sono cercate delle scorciatoie meno onerose) oppure dal livello politico, ammesso che non si siano combinate entrambe le circostanze?

La questione, come si vede, è molto pesante e chiama in causa l'efficienza e la qualità del sistema Italia. Ma mentre Cozzi fa semplicemente il suo mestiere di magistrato e fa sapere che l'inchiesta si sta svolgendo a tutto campo, aprendo gli occhi sull'eventualità, che a questo punto non pare remota, di altre situazioni di pericolo lungo l'oleodotto, il ministro sembra planare da Marte. Sostenere che il Paese ha un problema di controlli disomogenei, significa ammettere l'esistenza di falle che possono avere un'origine tecnico-burocratica non dolosa, ma anche che questa origine potrebbe essere tutt'altro che involontaria. Va bene ipotizzare di metterci mano modificando struttura e riferimenti dei controlli, ma per quanto accaduto che facciamo, ci mettiamo un pietra sopra e pazienza?

No, caro ministro, non funziona così. Lei per primo e tutto il governo con lei dovreste (dovete) pretendere la massima chiarezza su come sia stato possibile che quel pezzo di condotta sia collassato provocando i danni davanti agli occhi di tutti. Partendo dalle responsabilità dell'azienda e arrivando a quelle di chi doveva controllare che essa facesse ciò che doveva. Senza escludere, perché non può esserlo, il livello politico, per quanto al ministro possa dispiacere chiamare in causa amministrazioni locali del suo stesso colore. E non dimenticando le responsabilità del centrodestra, che stava al governo quando certe autorizzazioni ministeriali sono state rilasciate.

C'è un aspetto giudiziario del quale si occupa la magistratura e poi ce n'è uno che prescinde dall'inchiesta e interpella direttamente la politica. Rimasta sorda, per decenni, alle grida di dolore e di allarme arrivate dalle popolazioni più coinvolte e anche da qualche sindaco meno prono a presunte "ragioni di Stato". Chiedersi perché ogni denuncia sia caduta nel vuoto non è un esercizio ozioso, dopo quanto avvenuto e, dio non voglia, potrebbe ancora avvenire. Magari in qualche altra parte d'Italia dove i controlli risultassero disomogenei come dice il ministro.

Allora, incassiamo pure i complimenti della vicina Francia per aver salvato le sue spiagge, oltre alle nostre, evitando che la stagione turistico-balneare venisse compromessa dal disastro dell'Iplom. Nel fronteggiare l'emergenza c'è stato un bell'esempio di efficienza. Ma la regola dovrebbe essere quella di non mettere mai alla prova questa efficienza. Per farlo c'è un solo modo: avere controlli veri. Gli unici, peraltro, che possono tenere insieme le esigenze economico-occupazionali con la sostenibilità ambientale. Che significa anche salute delle persone. Tutto il resto è fuffa. A volte malaffare.