
Lo sconfinamento tottiano ricadrebbe appieno nella libertà costituzionale di opinione, diritto in apparenza lasciato intatto dalla riforma boschiana, non fosse per il particolare assetto dell'AS Roma, datrice di lavoro e di lauto stipendio al campione del mondo 2006. Lo “zio d'America” Pallotta, infatti, è il proprietario di una società che però, perdurando gli effetti del crack Sensi, resta di fatto nelle mani del sistema bancario, per via della pesante esposizione con Unicredit che, pur uscita dall'azionariato, è tuttora il principale creditore della Lupa. E a Roma più che altrove sono evidenti da sempre gli intrecci tra banche e costruttori, questi ultimi potenziali beneficiari prioritari delle Olimpiadi.
Se ad Atene si leccano ancora le ferite per i Giochi del 2004, fattore scatenante nella crisi del sistema-Paese, ci si chiede cosa accadrebbe nella Roma di “mafia capitale”, di fronte a un piatto ricco di appalti pubblici come quello dei cinque cerchi, in un'Italia che tra l'altro porta ancora le cicatrici finanziarie e architettoniche del disastro di Italia '90, tra ferrovie metropolitane abbandonate nel nulla, uno stadio nato morto come quello di Torino infatti demolito nemmeno... maggiorenne, impianti ausiliari lasciati a metà e altre infrastrutture finanziate e mai realizzate.
Il tackle di Totti sulla Raggi difficilmente influirà sulla voglia di cambiamento dei romani: resta comunque una intempestiva invasione di campo. Chissà quanto sincera.
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IL COMMENTO
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