
La nuova scadenza ufficiale è il 9 ottobre. In quella data Am Investco Italy, la cordata che si è aggiudicata gli impianti, incontrerà Governo e sindacati per illustrare nei dettagli il piano industriale. In realtà tutti andranno a Roma già preparati, perché è in arrivo una lettera dove si preannuncia l'apertura della procedura per la cessione e soprattutto il numero di esuberi nelle varie sedi (in totale saranno circa 4mila). Dunque, lavoratori pronti a scendere in piazza anche prima: "Se ce lo mettono per iscritto, l'unica strada è quella", conferma Manganaro.
L'aria è pesante. Nessuno lo dice, ma tutti lo danno per scontato: anche a Genova verranno programmati licenziamenti, nonostante l'accordo di programma che lo vieta. I sindacati hanno parlato chiaro: o si rispettano i patti o salta la firma necessaria per sancire la cessione dell'Ilva. Se dovesse sfumare la trattativa, però, si aprirebbero scenari ancora peggiori. Ad esempio il fallimento. "L'accordo del 2005 ha valore giuridico - ricorda Manganaro - e se qualcuno pensa di violarlo, allora salta per tutti. Lo difenderemo in piazza, ma anche nelle aule dei tribunali". Anche perché, ricorda l'esponente della Fiom, in ballo c'è pure un milione di metri cubi in concessione per 65 anni. Roba che in porto farebbe gola a chiunque.
Intanto i segnali che arrivano in questi giorni sono piuttosto evidenti. "L'azienda ci ha annunciato di voler mettere altri lavoratori in cassa integrazione, in modo inspiegabile. Solo il 6 settembre ci avevano detto che andava tutto bene. Poi volevano tagliare altri servizi, a partire dalla navetta che porta i dipendenti da Cornigliano. Noi abbiamo detto no e l'azienda ha fatto marcia indietro. Ma il messaggio che c'è intenzione di tagliare anche qui è chiaro". La partita è lunga, dice Manganaro. E l'avversario è insidioso. Ora bisogna difendersi dal contropiede, sperando che l'arbitro (il Governo) usi con saggezza fischietto e cartellini.
IL COMMENTO
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