
C’è qualcosa che non ci confessiamo neppure da soli, nel nostro intimo. Che comunque qualcosa di profondo è cambiato in ciascuno di noi stessi, nei nostri atteggiamenti, nel rapporto tra di noi e più in generale nella socialità complessiva delle nostre vite. E’ cambiato il nostro modo di vivere, di incontrarci, di muoverci, perfino di abitare. E allora, da vecchio osservatore della città, dei suoi cambiamenti, mi chiedo: ma cambierà anche questa nostra città in conseguenza del terremoto che stiamo ancora vivendo?
Facciamo un esempio semplice: lo smart working, che ha capovolto il mondo del lavoro e che non finirà mai del tutto, avendo introdotto modalità che saranno adottate definitivamente, cosa produce negli equilibri urbani? Meno spostamenti, altre decisioni abitative, cambiamenti nei servizi dedicati a chi si sposta o a chi resta a lavorare a casa?
Stiamo entrando in una nuova campagna elettorale cittadina che sembra molto impegnativa e già assistiamo a grandi cambiamenti, a grandi progetti anche molto discussi: i quartieri “periferici” rasi al suolo come Begato, i tunnel subportuali, tanti interventi in città a partire dal Water front di Levante, ai progetti di nuovi trasporti, nuove comunicazioni, funivie, ovovie, super autobus. Lasciamo da parte la sanità il suo apparato ospedaliero e quello sul territorio che non possono non considerare quanto è avvenuto e ancora sta avvenendo e che si legge in quei bollettini quotidiano che continuano a ritmare il numero dei contagi, dei guariti, dei posti letto occupati, delle terapie intensive, delle vaccinazioni… Che cosa ci ha insegnato la pandemia? Quanto cambierà effettivamente la città nei suoi ritmi, nel suoi assetti con questa modificazione planetaria?
Non so se la politica sta tenendo conto di tutto questo, pensando la città del futuro, in una vision o in qualche altro progetto che si può chiamare come diavolo volete. Ma non credo. Temo di no e guardo con apprensione ai programmi elettorali, che un po’ ci sono e un po’ si aspettano. Molto diversamente da prima. Perché il virus ci condiziona e ci condizionerà ancora.
IL COMMENTO
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