Cronaca

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“Sono quindici anni che spero trovino l’assassino…per sentirmi finalmente libero”. Vive ancora al terzo piano della palazzina in via Marsala, a Chiavari, Marco Soracco, a lungo indagato (e scagionato) per l’omicidio di Nada Cella, il 6 maggio 1996. L’appartamento-studio, quello dove avvenne il delitto, invece è stato venduto e l’attività di commercialista ora la svolge in un ufficio di corso Genova. L’incontro con Soracco è di quelli che non ti aspetti nei giorni del tam-tam mediatico, nuovi elementi nelle indagini, il caso che si riapre, lo stesso Soracco favorevole, come racconta con la tranquillità di sempre. Sono da poco passate le 13 e Soracco dallo studio fa rientro a casa, come ogni giorno. Sguardo dritto, voce pacata, risponde a tutte le domande. Il nome di Nada Cella, però, non lo pronuncia mai, per tutta la durata dell’intervista. E alle domande risponde sempre usando il plurale. Non dirà mai “io”, ma “noi”. Lo choc non è passato. Il tempo non ha cancellato e i dubbi che ancora oggi ci possono essere, pesano.

“Benvenga tutto quello che riescono a fare i magistrati, io rimango a disposizione, perché da quindici anni si parla di questo delitto. Sono troppi, davvero. Periodicamente escono novità e se ne ritorna a parlare e sempre con le ricostruzioni sbagliate, con gli errori, commessi nel 1996, che continuano a ripetersi. Si è sentito perseguitato in questi anni? “Non sono stati gli inquirenti a perseguitarmi ma il rapporto con la stampa… è stato il rapporto peggiore, con le notizie inesatte, hanno detto cose di me che….ogni volta da correggere. E ora, agli inquirenti, è venuto in mente di fare indagini e approfondimenti che non furono pensati quindici anni fa….”. Si ricorda la mattina in cui lei stesso trovò Nada in fin di vita nel suo studio? “Mi ricordo…certo… me lo ricordo eccome, certe cose non si dimenticano”. Sembrava un incidente? “Sì, sembrava un incidente anche se, col senno di poi, qualcosa di strano c’era da subito, però non essendoci tracce di una colluttazione… non c’erano sedie rovesciate, non c’era una carta per terra, niente fuori posto…abbiamo per forza pensato che fosse caduta, battendo la testa su uno spigolo, che avesse avuto un’emorragia….” Quando ha saputo che si era trattato di un omicidio, lei ha mai avuto sospetti su chi possa essere l’assassino? “No, non abbiamo mai avuto sospetti su chi possa aver compiuto l’omicidio, perché nessuno si è mai fatto un’idea su quello che è stato il motivo di questa aggressione”. (Anna Chieregato)

 LA STORIA - Nuove tracce nelle indagini dell’omicidio di Nada Cella, 24 anni, massacrata nell’ufficio del suo datore di lavoro, a Chiavari, in via Marsala, al civico 14. La ciocca di quattro capelli bianchi, un bottone e una impronta di sangue sul muro. Elementi che la procura di Chiavari, che indaga sull’omicidio di Nada Cella, alla riapertura del caso, ha passato al Gabinetto Scientifico della polizia. Sono passati 16 anni da quel 6 maggio 1996. Quella mattina, un lunedì, alle 9, uno sconosciuto si introduce (o viene fatto entrare dalla ragazza che dal citofono gli apre il portone) nell’appartamento numero cinque. Il killer colpì la ragazza 10-12, forse 15 volte al capo e al viso con qualcosa di pesante. L’arma non sarà mai ritrovata. Il primo ad arrivare in ufficio e a vederla in fin di vita sarà proprio il datore di lavoro, il commercialista Marco Soracco. Sembra un incidente, una caduta: ogni traccia cancellata. Sono i medici che soccorrono Nada a stabilire che è stata vittima di un’aggressione. Morirà sei ore dopo all’ospedale San Martino di Genova. Il 12 maggio Marco Soracco viene iscritto nel registro degli indagati. Il 30 settembre sullo stesso registro finisce anche una vicina di casa, una ragazza psicolabile con mire matrimoniali. Entrambe le piste si rivelano sbagliate. Il 18 luglio 1997 la posizione di Soracco viene archiviata. L’unica testimone, che abitava nell’appartamento numero 4, Liliana Lavagno, è deceduta. L’omicidio di Nada Cella è ancora un delitto insoluto. Che nessuno, a Chiavari, ha mai dimenticato. (A.C.)