politica

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La botta è di quelle capaci di mandare al tappeto. Un uppercut che arriva dalla Corte dei Conti, sezione controllo, che sbugiarda clamorosamente quanto pochi giorni fa, durante l’assemblea pubblica di Confindustria, il governatore affermò con piglio e fierezza: “I conti sono a posto”. A posto manco per niente. Perché chi di numeri si occupa quotidianamente, e ha precisamente la competenza di verificare se “i compiti” sono stati fatti per bene, dice una cosa ben diversa: la Regione Liguria può approvare il bilancio del 2013 solo a condizione che iscriva alla voce delle passività 194 milioni e rotti. Quelli dell’istituto Arte in primis, un’operazione di cartolarizzazione (vendita) immobiliare rimasta al palo, ma con l’effetto di trasferire sulle ex Case Popolari il debito che invece sta in capo all’ente regionale. Più tutta un’altra serie di debiti, tra cifre inesigibili e consulenze assegnate attraverso società strumentali che aggirano le norme nazionali (il pm della Corte dixit), che aprono una falla enorme nei conti “a posto” di Burlando.

Il re è nudo e politicamente è una bomba. Il governatore aveva ignorato lo scandalo delle “spese pazze”, liquidandolo come una questione che “non riguarda la giunta” (sic). Potrà fare lo stesso con un bilancio così clamorosamente sbugiardato dalla magistratura contabile? E quanto inciderà questa vicenda sulle grandi manovre già in corso nel Partito democratico per le primarie che dovranno portare al candidato che sfiderà quelli delle altre forze politiche per la successione alla presidenza regionale?

Al netto di ogni considerazione di questo genere, c’è l’amara constatazione di come Burlando & C. abbiano imitato quella finanza creativa tante volte rimproverata e rinfacciata all’ex ministro Giulio Tremonti, al fine di perseguire un fine solo apparentemente nobile: “Impedire l’aumento delle tasse a carico dei liguri”. Ma si voleva evitare ciò, o l’obiettivo era catturare del consenso elettorale, magari da mettere al servizio di chi è stata scelta come delfina? E anche assessori come Sergio Rossetti (Finanze) e Claudio Montaldo (Sanità) perché si sono prestati a questo gioco, oltretutto avendo posizioni apertamente critiche su certe dinamiche politiche in capo al governatore?

Se davvero lo scopo fosse stato preservare i liguri da nuove gabelle, il coraggio da mettere in campo era quello necessario a modificare profondamente la politica sanitaria regionale, non portarla al disastro. Perché il finale della storia, per aver voluto fantasiosamente aggirare le norme esistenti, è esattamente quello che Burlando orgogliosamente diceva di aver evitato. In un modo o nell’altro, il buco dovranno coprirlo i liguri. Di tasca.