
Incomincia, questa storia, da quando Genova ha deciso di cedere i suoi spazi al porto, alle banchine, alle industrie navali e non e continua, viceversa, quando ha incominciato a riprendersi questi spazi. Mai in altra città del mondo, neppure in quelle che deviano i fiumi per favorire i moli e le banchine, è successo quello che accadde qua, tra il 1930 e la fine degli anni Cinquanta- Sessanta, quando il mare fu tombato a Ponente, per costruirci la prima acciaieria a ciclo integrale d'Europa, cancellando le spiaggie e la costa e le onde del mare stesso, da Cornigliano in là, poi l'aeroporto, poi il Porto Petroli, poi il porto di Voltri e, dall'altra parte, la Fiera del Mare.
Insomma a una parte della città hanno rubato il mare per sempre e la città produttiva, portuale, industriale, se lo è divorato, in cambio di fabbriche, moli, autonomie funzionali, salari e stipendi per generazioni e generazioni di lavoratori.
Valeva la pena? Il problema dei confini della città rispetto al suo millenario porto, origine di tutte le sue fortune, si continua a riproporre e questa ultima storia del Blue Print, come quella ben più vasta e scandalosa, per l'abbandono in cui fu lasciata, del Water Front, otto anni fa, ce la ricorda ancora con una certa violenza, perchè si è già impastoiata in divisioni, risse, minacce, ricorsi giudiziari, secondo la perfetta tradizione genovese degli ultimi anni: progettare, disegnare, esaltarsi, incominciare a discutere e non fare nulla.
Il Water front è finito nelle bacheche del Museo del Mare. Dove finirà il Blue Print? Appeso al Museo di Villa Croce dell'arte moderna?
Intanto la città e il porto insieme non sanno programmare i propri confini, malgrado le fatiche di amministratori, presidenti, architetti, urbanisti.
Consolatevi: la storia dura dal 1903, fondazione del Cap, Consorzio Autonomo del Porto ed è destinata a continuare. Ha avuto solo saltuari e decisivi momenti di accordo, come quando venne concessa l'autonomia funzionale ai moli Italsider, negli anni Cinquanta, come quando si decise l'operazione san Benigno negli anni Settanta-Ottanta, come quando Colombo e i miliardi pubblici ci portarono il Porto Antico. Demanio marittimo e comunale: un colpo di fulmine!!! Come due fidanzatini di Peynet.
Ora litighiamo per 3 chilometri e cinque di canali, il porticciolo Duca degli Abruzzi tombato, le riparazioni navali in espansione, il palazzo Nira polverizzato, la Fiera del Mare trasformata in area residenzial-commerciale-ludica. Non la finiremo mai, fino a quando non arriverà la sentenza definitiva: città-porto o porto-città? Altro che sindaci e presidenti, qui ci vuole un Doge!
IL COMMENTO
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