
A Genova la terza edizione del Festival di Limes. La domanda di quest'anno è "La terza guerra mondiale?". Siamo di fronte alla terza guerra mondiale?
"Abbiamo aggiunto un punto interrogativo alla frase di Papa Francesco, che parlava di guerra mondiale a pezzi. Il compito di questo nostro incontro di tre giorni a Palazzo Ducale è quello di indagare questi pezzi di guerra, a cominciare da quello che si sta avvicinando in Libia e in cui siamo più o meno direttamente coinvolti. Parleremo della Siria, dell'Iraq, ma anche delle guerre commerciali e finanziarie. Faremo il punto sulla guerra al terrorismo. Il problema è capire come si possa evitare che questi pezzi di guerra diventino una guerra, che evidentemente sarebbe globale e disastrosa".
Parallelamente c'è la rappresentazione cartografica "caoslandia". Perché questo nome?
"Questa rappresentazione cartografica ci fa vedere cos'è la parte di mondo molto vasta dove si concentrano la maggior parte delle guerre, delle tensioni, del terrorismo, della pirateria, del cambiamento climatico e da dove provengono le migrazioni. Insomma, una parte di mondo che parte dal Messico, si dirama in quasi tutta l'Africa e arriva fino al Medio Oriente per spingersi fino all'Oceano Indiano. Questa è l'area del mondo più povera, dove si vive peggio e da dove potrebbero partire le tensioni che potrebbero sfociare, speriamo di no, in un conflitto più vasto".
Cos'ha sottovalutato sinora il mondo occidentale?
"Ha sottovalutato il fatto che siamo diventati sempre di più e che questo mondo è sempre meno governabile. All'inizio del secolo scorso eravamo un miliardo e mezzo, oggi siamo sette miliardi e mezzo e alla fine di questo secolo saranno undici miliardi e trecento milioni. È impensabile immaginare di poter governare da un punto solo questa situazione. Quello che bisogna fare è anzitutto iniziare a capirlo e cercare di entrare nelle teste di chi convive con chi su questo pianeta. Bisogna trovare dei compromessi che ci aiutino a vivere meglio. Certo, la situazione economica non aiuta. Stiamo vivendo una crisi globale della domanda e ci sono meno traffici commerciali. Insomma, quell'orizzonte di globalizzazione più o meno piatta, che si poteva immaginare alla fine della guerra fredda, non esiste più".
In tutto questo l'Italia che ruolo ha? Ha ancora un ruolo strategico?
"Non lo siamo più. Lo eravamo per ragioni geografiche durante la guerra fredda, perché eravamo a ridosso del nemico. Adesso siamo sempre in un'area di pericolo, ma manca l'Occidente. Se guardiamo la cartina di caoslandia, noi siamo alla frontiera. L'Italia è in una situazione oggettivamente pericolosa. È oggettivamente esposta. In futuro potremmo essere esposti a nuovi afflussi di migranti provenienti anche dall'area balcanica. Il problema è che non abbiamo più un Occidente alle spalle. Non c'è più 'mamma America' che ci protegge, come ci proteggeva un tempo".
Qual è il ruolo della Corea del Nord in tutto questo? È una semplice rievocazione del passato o è un pericolo ancora imminente?
"Nessuno può dare una risposta sicura, perché se c'è un regime quasi ignoto, di cui si sa pochissimo, è proprio quello della Corea del Nord. Sappiamo che c'è un ragazzotto piuttosto veloce e pericoloso, che si chiama Kim Jong-un, che governa almeno apparentemente questo Paese. Sappiamo che c'è un regime più o meno feudale completamente oscuro. C'è la minaccia dell'uso della bomba atomica da parte di questo regime, che non va presa come una forma di boutade. Va preso sul serio, ma immaginare che loro vogliano spingersi fino all'autodistruzione, perché sarebbero immediatamente fatti fuori in caso di minaccia nucleare vera, questo non credo che accadrà".
La politica di fare un passo avanti e poi due indietro, è una politica che paga?
"Mi pare che ci sia una notevole incertezza da parte del governo e delle forze politiche su cosa fare. Da una parte, si è consapevoli che un intervento militare aperto in Libia avrebbe delle conseguenze incalcolabili, anche per quanto riguarda il rischio di attentati nel nostro Paese. Dall'altra parte, c'è una spinta da parte di alcuni Paesi alleati che vorrebbero che l'Italia contribuisse di più alle operazioni militari. La vera questione è 'che ci andiamo a fare?' e poi eventualmente anche con quali forze, che non sono poi così straordinarie. Credo che in una situazione del genere una certa prudenza è consigliabile rispetto a un avventurismo che già altre volte ha portato a combinare dei disastri".
Il fatto che proprio in questi giorni, in cui il governo italiano deve decidere se intervenire più o meno in Libia, negli Stati Uniti vengano desecretati dei documenti su Sigonella è un segnale al nostro Paese?
"Non credo che sia un segnale voluto. Certamente noi lo interpretiamo così e questo è quello che conta. Noi sentiamo una certa pressione venire da Oltreoceano. Gli americani non sono molto soddisfatti, ad esempio, del comportamento del governo italiano rispetto a una base strategica di informazioni che stanno per costruire in Sicilia e che noi stiamo ritardando. C'è un certo grado di insofferenza rispetto a quelle che vengono considerate le moine degli italiani. Dall'altra parte, non mi pare che gli stessi americani abbiano le idee molto chiare su cosa fare".
Sta per concludersi il secondo mandato di Obama. Lei che giudizio ne dà?
"Non penso che Obama sia stato un grande presidente, ma sono sicuro che lo rimpiangeremo. Nel senso che coloro che oggi sono in corsa per sostituirlo, in particolare il signor Trump ma in qualche misura anche la signora Clinton, mi sembrano meno rassicuranti di quando non sia stato sinora Obama".
In conclusione, siamo in procinto della terza guerra mondiale?
"Siamo in una situazione che, se non governata, può portarci per inerzia a un conflitto, chiamiamolo terza guerra mondiale, di proporzioni mai viste dal 1945. Se governato, questo conflitto è perfettamente evitabile".
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