
I nodi da risolvere sono ancora molteplici, dalla ricollocazione dell'isola ecologica comunale al problema del campo dei Tre Campanili, in concessione alla parrocchia fino al 2019. Quindi per ora si può ragionare solo della filosofia dell'intervento, in base alle anticipazioni che sembrano prevedere un accentramento su Bogliasco di tutta la vita societaria e di squadra. Fin qui nulla di male, anche se la sede in centro città rappresenta, oltre che un simbolo, un bene patrimoniale stabile e solido che sarebbe improvvido dismettere per fare cassa. Di contro, una foresteria abbatterebbe le spese alberghiere dei ritiri prepartita.
Più di ogni altra cosa, però, suscita dubbi l'idea di trasformare il Poggio in una specie di Pentagono, inaccessibile o quasi ai tifosi. Vero è che da sempre la configurazione open del centro sportivo permette una promiscuità totale tra tesserati e sostenitori, ma esiste pur sempre la possibilità del parcheggio sulla pista di atletica.
Anche l'ossessione della segretezza, perseguita oggi con siepi e in futuro mediante stabili strumenti architettonici, è un falso mito. Chiunque sia pratico della zona, infatti, sa benissimo come basti spingersi poche decine di metri più in su, sulla strada per San Bernardo, perché la vista dall'alto dei campi centrale e superiore si spalanchi appieno all'occhio più malizioso. In epoca di droni, le “porte chiuse” sono un'utopia: inutile rincorrerla trasformando in una fortezza il centro voluto da Paolo Mantovani, sotto la cui presidenza il pressing da autografi non aveva impedito ai ragazzi di Boskov di arrivare alla finale di Coppa Campioni.
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