
Al netto di ogni considerazione negativa che si può compiere a proposito dello strumento così come concepito oggi - le primarie aperte lasciano sempre uno strascico pesante di divisioni e non garantiscono contro le infiltrazioni di ogni genere (basta guardare cosa sta emergendo dall'inchiesta sulla 'ndrangheta a Lavagna) - la cosa positiva è che il Pd sembra genuinamente convinto di ripartire dalla base. Cioè dai cittadini.
Affinché questo dato venga declinato positivamente, tuttavia, non basta dirlo, né organizzare le primarie. Bisogna, soprattutto se non esclusivamente, che i democratici ripartano dalle reali necessità dei genovesi, provino a intercettare le loro attese, le loro aspirazioni, traducendole in un programma amministrativo che sia quanto più concreto possibile. Non serviranno promesse mirabolanti, bensì un elenco di soluzioni ai tanti problemi che affliggono la città, da quelli minuti - che però condizionano la vita quotidiana delle persone - a quelli di più ampia gittata, come le opere e gli interventi per far uscire la Superba dal suo isolamento.
Ciò che il Pd e i suoi candidati alle primarie dovranno evitare come la peste sarà la tentazione degli annunci tipicamente elettorali. In chiave primarie e poi di competizione vera e propria con centrodestra e Movimento 5 Stelle. Oggi il partito e i suoi "cavalli", anche i migliori, hanno un enorme problema di credibilità, alimentato da un'amministrazione comunale che nel corso della consigliatura non ha saputo fare altro che praticare la regola del rinvio.
Servono, dunque, concretezza e, per dirla con il collega Mario Paternostro, un'idea di città che sia finalmente chiara e praticabile. Il Pd deve chiudere la lunga fase autoreferenziale che tanti danni gli ha provocato e riuscire, questa l'altra chiave di volta della vicenda, a coinvolgere nelle primarie figure - almeno una, che diamine - non compromesse con il disastro attuale. Che poi siano interne, ce ne sono, o arruolate per la circostanza, poco importa. Lo snodo nevralgico sarà la credibilità, dei candidati e dei programmi.
Nella decisione infine maturata dai democratici c'è un altro aspetto che vale la pena sottolineare. Andando a primarie "comunque", il Pd sterilizza ogni pronunciamento preliminare sulla giunta di Marco Doria e sull'accoglienza di una sua eventuale ricandidatura. Il partito non potrà certo chiamarsi fuori dall'inerzia amministrativa di questi anni, essendo stato un caposaldo dell'esecutivo municipale, ma se Doria decidesse di partecipare alla competizione, almeno ognuno risponderà per se', con una separazione di responsabilità che altrimenti sarebbe stata impossibile.
In ogni caso, la decisione delle primarie è solo un primo, piccolissimo tassello del grande mosaico che il Pd dovrà costruire se vuol tentare di riconquistare il soglio di Tursi. Direttamente e non per interposta persona, come avvenuto l'ultima volta con Doria, visto il disastro targato Vincenzi e Pinotti alle primarie 2012.
Infine, probabilmente i democratici dovranno ragionare anche su come coinvolgere le altre forze del centrosinistra, per impedire la diaspora che lo scorso anno ha segnato la consultazione per le regionali. Fermo restando che 5 Stelle e centrodestra non rimarranno a guardare. Il voto per Genova, quello vero, in partenza non taglia fuori nessuno. La guida della città, dopo molti anni, è davvero contendibile.
IL COMMENTO
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