
Il suo presidente, Paolo Momigliano, ieri si era limitato a osservare che l'insolita doppia riunione domenicale dipendeva dal fatto che entro domani l'ente avrebbe dovuto dare una risposta alla richiesta di chiarimenti del Mef, dopo che Fondazione ha chiesto l'autorizzazione a cedere anche la sua rimanente quota dal 19%. Tuttavia, il doppio-vertice sembra confermare indirettamente che sul tavolo c'è anche un tipo di dossier che abitualmente viene esaminato a Borsa chiusa per gestire al meglio le comunicazioni conseguenti.
I Malacalza era dati da tempo, con l'Investindustrial di Bonomi fra i possibili soggetti interessati a entrare in Carige. Se ora si sono mossi è perché, ovviamente, i tempi si stanno stringendo. Bisogna però vedere quali saranno con precisione i contorni dell'operazione e come i Malacalza primi azionisti si muoveranno ei confronti del management attuale della banca, il presidente Cesare Castelbarco Albani e l'amministratore delegato Piero Montani, che stanno portando l'istituto fuori dalle secche, dopo averlo ereditato in condizioni pessime dalla precedente gestione guidata da Giovanni Berneschi (travolto da uno scandalo giudiziario con accuse varie e addirittura finito in carcere).
Inoltre va anche capito se i Malacalza si siano mossi in modo autonomo o rispondendo, alla fine, alla chiamata del sistema di potere genovese, al cui vertice rimane ancora il governatore ligure Claudio Burlando, da sempre preoccupato che Carige possa acquisire indipendenza dalla politica, che ha spadroneggiato e tuttora è ben presente proprio attraverso la Fondazione. Il tutto giocato sul feticcio della territorialità della banca, argomento che in passato è servito a coprire linee di finanziamento ad azionisti e persino amministratori o per operazioni rivelatesi almeno discutibili, una su tutte il villaggio hi-tech degli Erzelli.
IL COMMENTO
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