
Le prime motivazioni tirate giù per semplificazione (e quindi contestabili) sono queste. Il Pd non è più un partito di sinistra, dunque destinato a perdere colpi in città tradizionalmente di sinistra. Il non esserlo più potrebbe però far conquistare al Pd fette di elettorato moderato. E’ successo a Milano. Ma Milano è l’unica città italiana che ha una statura europea, l’unica città veramente moderna. Quindi…
Il Pd ha perduto i suoi tradizionali terminali dentro la comunità. I circoli sopravvissuti non sono più come erano le sezioni ai bei tempi. Il Pd renziano (ma anche quello di qualche anno prima della conquista di Renzi) ha slacciato questi fili: addio fabbriche, quartieri, comitati, categorie, studenti, università.
Il Pd non è più “sociale”. Non sa più che linguaggio usare con la gente. Sta ormai seduto comodamente (da oggi molto meno) nei salotti di potere.
Il Pd non intercetta più il disagio delle periferie. Cioè non esiste, se non attraverso alcuni generosi “compagni superstiti”, dove si vive male, dove i giovani non hanno lavoro e i vecchi non sono più in grado di acquistare le medicine.
Il Pd ha liquidato scioccamente il tema strategico della sicurezza e della migrazione. Senza considerare che i poveri migranti sono a vivere gomito a gomito con altri cittadini oppressi dal disagio della crisi. Vedi la vicenda del mercatino abusivo e ora legalizzato di corso Quadrio.
Il Pd non ha un’idea della città. Non ne ha discusso apertamente. Vale per Savona e varrà soprattutto per Genova. Il Pd non ha saputo creare una nuova classe dirigente locale. Il Pd non riesce più a essere un riferimento di opposizione in Regione Liguria perché una parte dei fortunati eletti è stata delegittimata da una cocente sconfitta e da una profonda lacerazione interna. L’opposizione ora la fanno soltanto i Cinquestelle.
Eppure aveva a Savona un’ottima candidata, Cristina Battaglia. La speranza è che i dirigenti liguri e genovesi del Pd e il commissario Ermini non la dimentichino per strada.
IL COMMENTO
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