
BREXIT, VINCE 'LEAVE': ECCO COSA È SUCCESSO
Per quanto riguarda la Liguria, gli allarmi sono molto contenuti. È vero che le esportazioni e il turismo giocano una parte importante nell'economia della nostra regione, ma gli esperti e i dati dicono che non c'è da preoccuparsi. Almeno, non nel breve periodo. Secondo uno studio pubblicato da Nomisma, la Liguria sembrerebbe essere tra le regioni che hanno meno da perdere. L'esposizione dell'export verso il Regno Unito è del 2,7%, ben al di sotto della media nazionale del 5,4%. Meno esposte della Liguria ci sono soltanto Sicilia (2,1%) e Sardegna (0,8%). La più esposta al commercio con il Regno Unito è invecela Basilicata, che destina Oltremanica quasi il 15% dell’export (sul dato incidono soprattutto le vetture Made in Melfi di FCA).
“Contraccolpi per la Liguria? Non credo che ce ne saranno di immediati. Non abbiamo particolari collegamenti con quel mondo dal punto di vista finanziario. Londra è molto lontana, per noi cambierà poco”, osserva Luciano Pasquale, presidente della neonata Camera di Commercio Riviere di Liguria. Anche per il suo vice Enrico Lupi si tratta di uno “shock”, ma soprattutto di un problema “politico: se non capiamo che prima serve l'unione politica e poi si deve sostanziarla con la moneta unica, può essere l'inizio della caduta”. E sulle esportazioni “ci sono tanti altri Paesi, la Brexit non ci preclude il business”.
Poi c'è il turismo. Gli inglesi in Liguria sono la prima nazionalità presente nel settore balneare, seguiti da francesi e tedeschi. Ma anche in questo caso, la Liguria è meno esposta rispetto ad altre realtà. L'esposizione al turismo britannico è del 5%, al di sotto della media nazionale del 6,4%. A risentirne maggiormente potrebbe essere invece la Valle d'Aosta, esposta al 25,3% nei confronti del turismo britannico. “Non ci saranno grossi problemi, a meno che non si rimettano in piedi le frontiere. Ma questo scenario non ci sembra plausibile”, osserva Angelo Berlangieri, presidente dell'Unione Albergatori di Savona.
Chi, invece, potrebbe risentire in qualche modo il colpo sono i genovesi impegnati nel mondo dello shipping, come ricorda Stefano Messina, vicepresidente di Confindustria Genova con delega all'internazionalizzazione delle imprese. E poi "a Londra c'è una comunità italiana molto forte, tante aziende hanno fatto investimenti lì, ci sono genovesi che magari hanno comprato una casa". Per il resto, conferma Messina, "non ci saranno contraccolpi sul territorio perché non ci sono flussi di traffico tali da influenzare l'economia", anche se "bisogna attendere che il fenomeno si assesti".
Ovviamente le conseguenze ci saranno, non per forza dal punto di vista economico. Cambierà in qualche modo la vita di tutti gli italiani, soprattutto giovani, sbarcati in Gran Bretagna per studiare, imparare la lingua o per inseguire qualche sogno. Ci sarà da capire se potrà funzionare ancora il programma Erasmus, che finora ha permesso a tanti studenti di trascorrere periodi di studio nella grande isola oltremanica. L'Europa guarda e attende, consapevole che di quel pezzo mancante, per un verso o per l'altro, si sentirà il peso.
IL COMMENTO
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