economia

L'ex presidente di Liguria International a Primocanale
3 minuti e 45 secondi di lettura
Dopo undici anni alla guida di Liguria International, prima da presidente e poi da amministratore delegato, Franco Aprile traccia a Primocanale il bilancio del suo lavoro per aprire la Liguria agli scenari internazionali. Arrivato al vertice della società del gruppo Filse nel 2005, nel 2014 Aprile diventa amministratore delegato. "È finita una storia, ora è il momento per esprimere i ricordi le emozioni e le fatiche", esordisce nell'intervista al direttore Giuseppe Sciortino. Ora, lasciato il timone della società, si dedicherà a pieno regime all'attività privata.

Qual è stato il punto di partenza in Liguria International e qual è il punto di arrivo?
In partenza è stata un'impresa titanica perché la situazione finanziaria complessiva disegnava un quadro di grande difficoltà. Il punto d'arrivo è lasciare una società sana, in ordine, con persone capaci e competenti. La trama è che, a mio modo di vedere, in qualsiasi contesto, anche pubblico, se si lavora bene si possono avere buoni risultati.

Tra i due contesti, allora, qual è il più preparato per una Liguria internazionale?
Guardando le ultime scelte fatte, noto la consapevolezza che la fase internazionale sia non solo logica ma anche obbligata. Ho visto con particolare interesse il Growth Act, però bisogna capire che se non usciamo da questo isolamento sarà difficile ottenere risultati. Comunque attrarre investimenti è molto importante, così come lo è il collegamento con Bruxelles per farsi sentire in Europa. E poi continuare a dare a un tessuto molto fragile di micro aziende la possibilità di partecipare alle fiere internazionali, in modo da favorire la commercializzazione dei prodotti di cui siamo protagonisti.

Ha citato una nostra battaglia, quella contro l'isolamento della Liguria. Un isolamento che a livello internazionale pesa.
È del tutto evidente. Per le imprese queste barriere non possono più esistere. Chi ha responsabilità di governo la deve smettere di cincischiare e dare risposte definitive. Se no tra 15 anni non ci sarà neanche più il tempo di parlarne e non avremo più difesa.

E poi nel mondo che verrà fra 30-40 anni le opere discusse oggi saranno già vecchie.

Certo. E se lei vede, tutta l'Europa è vecchia. Stiamo subendo situazioni macropolitiche, come i fenomeni migratori, alle quali non sappiamo rispondere.

Dal punto di vista dell'internazionalizzazione e dell'export, in cosa si è dimostrata forte la Liguria?
Anzitutto siamo stati capaci di fare sistema. È facile dirlo, ma non farlo. Penso alla situazione della nautica e al mondo dell'economia del mare, che per noi dovrebbe essere il più vicino e il più importante. La nautica ci ha dato soddisfazioni. Negli anni abbiamo portato diversi buyer, e questo ha fatto sì che ci fosse una buona risposta da parte dell'organizzazione di un Salone che ha sempre cercato di rimanere importante della società. Siamo stati protagonisti anche sotto altri aspetti. Facemmo un importante accordo con Ligurian Ports. La parte alimentare, l'hi-tech e la logistica sono state le altre gambe su cui abbiamo raccolto una buona capacità di mettere insieme domanda e riposta.

Il più grande nemico è la burocrazia?
Sicuramente ci mette del suo. Spesso la politica non accompagna in maniera decisa i cambi epocali. Dal mio osservatorio vedo che la Cina negli ultimi 3 mesi ha fatto investimenti incredibili, come li ha fatti nel nostro Paese. Le tre società più quotate in borsa hanno tutte capitale cinese. Questo la dice lunga sulle capacità di interagire con mondi economici da prendere in considerazione.

Ultimo fenomeno in ordine di tempo, le grandi squadre di calcio.

Avere fondi cinesi che investono sulle milanesi, o capitali americani sulla Roma dà bene l'idea. Nel 2005 andammo in Cina e fummo visti come turisti. Dieci anni fa pensavamo che la Cina sarebbe stata alla conquista del mondo. E dopo dieci anni è alla testa del mondo.

Cosa non è riuscito a fare e che secondo lei sarà fondamentale per una Liguria sempre più internazionale?
In cuor mio so di aver fatto tutto ciò che potevo. Ci ho messo impegno, passione e tutta la forza che potevo. Vi lascio però un esame: un territorio funziona molto bene se la classe dirigente è coesa, si parla, affronta problemi, si fa rispettare e supera insieme situazioni che da soli non è possibile superare.

La giriamo in sintesi: in casa si può litigare, fuori no.

È così: senza pubblico, quando giochi fuori casa devi cercare di essere unito