
Il nodo è l'applicazione della normativa sulle concessioni turistico-ricreative anche ai porti turistici che ha scatenato un contenzioso lungo dieci anni. "L'applicazione di questa normativa ha modificato a posteriori i termini dei contratti firmati dagli investitori con lo Stato, che prevedevano per i marina una specifica legislazione riconoscendo gli ingenti investimenti connessi alla realizzazione di queste opere e la differente natura dello stesso titolo concessorio rispetto a quello delle concessioni balneari" sottolinea una nota di Ucina, Assomarinas e Assonat.
La retroattività, spiegano, ha reso indispensabile il ricorso alla Corte Costituzionale. I 26 porti turistici che hanno impugnato l'applicazione retroattiva della nuova normativa sui canoni demaniali sono 26 per 15.000 posti barca complessivi. Conti alla mano sostengono che l'aumento retroattivo dei canoni demaniali potrebbe portarli al fallimento, con la perdita di 15 mila posti barca e un "buco" di 190 milioni di euro a fronte del ricavo di 3,5 milioni di gettito per l'erario derivante dall'aumento.
IL COMMENTO
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