
Il nostro colloquio non può che iniziare da quel 14 agosto del 2018 quando crolló il ponte Morandi: “Ero in ferie nella mia casa vicino a Voghera - racconta con l’accento misto lombardo, piemontese e piacentino - quando mi telefonó un collega dalla centrale dicendo che era successa una cosa terribile, era crollato il ponte Morandi. Partii subito, ci volle oltre un’ora e mezza per raggiungere la città visto che il traffico era bloccato, nonostante le sirene. Iniziai a pensare a come organizzare il servizio, ringrazio molto i funzionari e tutti, sono stati meravigliosi. Arrivato sul posto, ci sono stato giorni e giorni. Ne ho visto tante nella mia carriera, ma come questo mai. Peggio di un terremoto”.
“Ricordo tutto, ma in quei momenti la commozione lascia il posto all’adrenalina e alla professionalità che ogni vigile del fuoco ha, veniamo addestrati apposta”. Non gli chiediamo di ricordare i momenti strazianti e le grida delle vittime e dei feriti, per loro rispetto e dei loro parenti. Ma il comandante ricorda due momenti che gli resteranno impressi nella memoria: “Lo sguardo del ferito salvato sul pilone numero 9 , ma anche quelli dei parenti delle vittime, con cui siamo stati sempre a stretto contatto. La commozione poi arriva quando finisci il servizio, nelle notti insonni.”
È la riconoscenza dei genovesi, dei cittadini tutti, la vicinanza che sentono a dare la forza. “La caduta di ponte Morandi, se non ha cambiato i manuali, ha però insegnato tanto anche a noi,”. Alla fine ci congediamo: “Questa esperienza mi ha segnato per tutta la vita, mi lasci salutare i genovesi e Genova, che porterò sempre nel cuore”.
IL COMMENTO
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