
La prima volta che sono entrato allo stadio Alberto Picco, in quella piccola struttura in ferro chiamata curva Piscina, era il novembre del 1988: avevo dieci anni, un cugino maggiore supertifoso e una gran voglia di vedere coi miei occhi l’oggetto dei suoi racconti. Sul campo finì 0-1 per loro, gol di un certo Angelo Aimo al minuto 5 del secondo tempo: un modo diretto per farmi capire che la vita da tifoso dello Spezia non sarebbe stata facile.
Quel campionato finì con la tragedia (sportiva) del 4 giugno 89, la nostra Waterloo: fummo sconfitti a Lucca, dopo un pomeriggio di guerriglia urbana, e la B che avevamo inseguito per tutta la stagione, sfumò. Io, a casa della nonna, con l’orecchio incollato a Radio Spezia, alla fine piansi a dirotto. Era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima.
Da allora ne ho viste, letteralmente, di tutti i colori e da tutti le angolazioni: negli anni novanta mi ero deciso a diventare un Ultras e compresi che la cosa migliore da fare fosse presenziare alle trasferte, che in quegli anni non erano tutte passeggiate eleganti. La stagione record fu la 94/95: da Modena contro il Crevalcore, al Paolo Mazza di Ferrara quattro giorni dopo la morte del povero Giuseppe Campione, fino alla sconfitta di Bologna. Passando per un’infinità di stadi piccoli e ostili, come il Cabassi di Carpi, in pieno dicembre, con una nebbia così fitta che il gol dello Spezia fummo costretti a sentirlo via radio. Tutte le trasferte, roba da uomini.
In quegli anni, e non solo in quelli, avevamo un’ossessione: “Noi vogliam la B, noi vogliamo lo Spezia in serie B (…) E’ la B che noi vogliamo, è per questo che lottiamo”. Potrei riempire un ciclostilato con i testi dei cori in cui la lettera B compare a rappresentare il sogno. Quella promozione che sembrava impossibile.
E lo era, se pensiamo a tutte le peripezie che sono state necessarie per arrivarci e a quello che arrivarci ci è costato. Ci provò per primo Mandorlini, inizio anni 2000: dalla C2 alla C1 come un’autentica corazzata, poi la C1 fino ai play off di Trieste. Ero ormai un giornalista, vissi da ‘dentro’ quella cavalcata e ancora fu una cocente delusione.
Fino a quando, qualche anno dopo, Pino Ruggieri, chiacchierato imprenditore emiliano di chiare origini calabresi, rilevò la società: portò con sé un allenatore ruspante, Antonio Soda (stupende le lezioni che m’impartiva al campo di allenamento: “Cantì, ora ti spiego una cosa tattica...”) e un gruppetto di mestieranti da spargere sul campo, impreziositi qua e là da talenti purissimi come quello, indimenticabile, di Massimiliano Guidetti. Una cavalcata spettacolare conclusa il 1 maggio 2006 a Padova: Spezia in B, Genoa costretto ai play off. Fu il mio secondo pianto, questa volta di gioia. Il nirvana.
E’ qui che la mia storia finisce. Perché quello che è successo dopo (la salvezza strappata a Torino, un fallimento, la serie D con tanto di partite raccontate alla radio in mezzo agli ultras perché gli stadi avevano una sola tribuna), l’arrivo di Volpi, e il ritorno in serie B, si è dipanato in una sorta di nuova, perfetta, normalità.
E’ vero che la squadra si è strutturata per essere una delle migliori della cadetteria, che ha quasi sempre partecipato ai play off, ed è pur vero che in serie A sono arrivate squadre con molta meno tradizione rispetto alla nostra. Però, che ci posso fare, non sono mai riuscito a immaginarmi davvero lo Spezia in trasferta a San Siro, al San Paolo, all’Olimpico. E’ come se quell’ossessione della serie B si fosse cristallizzata così fortemente nella mia anima che con la testa non riesco a guardare oltre.
Ma la squadra di quest’anno, sulla quale non avrei scommesso un euro, il suo allenatore (Vincenzo, pensa bene al tuo futuro, dai retta a me…), questa assurda situazione generale con gli stadi vuoti e le piazze strapiene, mi costringe a guardare negli occhi una sconosciuta. Mi fa sognare qualcosa che non ho mai sognato. La serie A.
E’ una cosa grande, così grande che quasi mi viene da ridere: la serie A è come l’Olimpo, un alto monte cinto da fitte nubi. Se stasera avrò l’occasione di entrarci, vi dirò com’è. Andemo fanti!
IL COMMENTO
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