
Siamo negli anni '80 e a Napoli non si parla che di Maradona che potrebbe essere acquistato dal Barcellona. L'aria è densa di promesse e l'adolescente Fabietto la respira a pieni polmoni, terzogenito di una famiglia chiassosa e travagliata, anche bizzarra (la sorella non esce quasi mai dal bagno), piena di parenti con cui si condividono pranzi interminabili, grandi risate e piccoli drammi. Più in là c’è un futuro ancora da conquistare. Poi, un inspiegabile incidente cambia tutto: una tragedia che distrugge il passato e lo mette davanti a un percorso sconosciuto e tutto da scoprire.
Sorrentino, napoletano doc, scavando nei propri ricordi, racconta insomma un percorso di formazione che è stato il suo, quell’insieme di devastazione e liberazione che accompagna spesso l’approssimarsi dell’età adulta e che qui viene sublimato nel percorso di Fabietto che vediamo accompagnato nella propria crescita da piccoli malavitosi, anziane baronesse che lo iniziano alla sessualità e registi tanto presuntuosi quanto cialtroni.
Dopo i rompicapi religiosi di 'The New Pope' racconta una storia che scaturisce dalla propria maturità interiore ed è proprio la sincerità e il pudore con cui la affronta, quella franchezza senza difese e senza vincoli che caratterizza la sceneggiatura a dare a ‘E’ stata la mano di Dio’ un’anima vera che sinceramente rare volte (e comunque solo a tratti) ho trovato nei suoi film, così da aggiungere – mettendosi a nudo - un'altra dimensione: una comunione con chi in sala porta le proprie esperienze di perdita, il proprio vissuto di quei momenti nella vita in cui le cose meravigliose e le cose terribili entrano in collisione. Sorrentino ovviamente non dà soluzioni ma offre forse una sorta di conforto affinché il ricordo diventi uno strumento se non per dimenticare quanto meno per venire a patti con dolori che comunque non si possono abbandonare.
IL COMMENTO
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