Politica

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Caro direttore,
nel tuo editoriale poni questioni in controtendenza con le dinamiche elettorali che si sono affermate negli ultimi vent’anni. Se ho inteso bene, sostieni che, in un sistema politico dove difficilmente si possono cogliere le reali differenze programmatiche, le candidature assumono un valore di rilievo per convincere l’elettorato. Condivido la tua analisi, anche se penso, nel caso specifico ligure, sia evidente la differenza tra il “modello Burlando” e il “modello Biasotti”. E le due lettere apparse in questi giorni su Il Primo ne sono la conferma. Sulla sanità, sulle questioni sociali, sulla politica territoriale e ambientale, sono in campo due proposte alternative. La prima, quella che si è cercata di attuare in questi cinque anni, ha come riferimento il diritto dei cittadini a lavorare, ad essere curati, a vivere su un territorio meraviglioso che, per rimanere tale, deve essere salvaguardato dalla speculazione. La seconda, che ha come riferimento i privati, vede il servizio pubblico e il territorio esclusivamente come un’opportunità di business per pochi.

Tornando al tuo editoriale, se posso dare un’opinione da una visuale “di sinistra”, io penso che la politica debba tornare a discutere di contenuti e su questi differenziarsi. La globalizzazione, tanto invocata e lodata per la sua capacità di far circolare merci e informazioni, capitali e turisti, ha avuto tra i suoi effetti collaterali l’agonia delle prerogative sovrane degli stati nazionali e, quindi, delle varie forme di democrazia. In questi anni la politica si è omogeneizzata al modello statunitense, trasformandosi esclusivamente in una sorta di bottega per prodotti elettorali e in lobbies in concorrenza tra loro, dimentiche del bene comune e spasmodicamente protese alla tutela degli interessi privati. E’ sempre più come se gli elettori fossero invitati a fare shopping. Non più la ricerca del consenso su una determinata proposta di politica sociale, etica e ideologica, bensì su un’iniziativa di marketing dove, spesso, la calunnia, la grossolanità, la barzelletta, lo scandalo, altro non sono che la rappresentazione di una bizantina competizione basata sull’apparenza. Può essere che le “candidature forti” possano incidere in questa situazione. Di brave persone, del resto, radicate sui territori e desiderose di fare politica ce ne sono tante, a prescindere dagli schieramenti politici. Ma penso che queste candidature potranno avere una loro utilità solo se riusciranno a convincere anche sulla base di un programma politico chiaro e riconoscibile.

In questi giorni le diverse formazioni alla sinistra del Partito Democratico, si stanno interrogando sul come predisporsi alle prossime elezioni regionali. Penso che Rifondazione abbia la possibilità di un forte rilancio dopo le recenti sconfitte elettorali, solo se avrà la forza e la capacità di imporsi su un terreno programmatico unitario, evitando logiche di auto isolamento. Siccome credo che la democrazia sia una relazione concreta tra le persone, di fronte alla domanda del nostro elettorato, bisognerebbe sempre chiedersi se si è fatto abbastanza per convincere, o se per caso non ci si sia mimetizzati dietro logiche che guardano al proprio ombelico. In questi casi, può tornare utile una citazione di Franco Basaglia, lo psichiatra che chiuse i manicomi: “Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo non possiamo vincere, perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, vinciamo, perché determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare”.

*consigliere regionale Rif. Com.