
E’ stato un anno significativo per il teatro di Genova.
Sono stati anni importanti. Tre anni fa non venimmo riconosciuti come teatro nazionale. Da allora ci siamo rimboccati le mani e grazie al sostegno di Regione, Comune, soci e consiglio d’amministrazione siamo arrivati a questo riconoscimento. E’ stato un grande lavoro durato nel tempo.
La fusione tra il teatro Stabile e Archivolto porterà un ventaglio di offerte variegate.
La fusione è un buon esempio per Genova e la Liguria. Unire due realtà che si trovavano in difficoltà ma con grandissime professionalità e competenze è un modo per non arrendersi. Spero che sia un esempio per dire che non bisogna rassegnarsi e reagire, rilanciare e investire. Genova è una delle capitali del teatro italiano, ora lo siamo ancora di più. Possiamo variegare le attività. Possiamo operare a 360 gradi.
Quali novità ci saranno nella produzione?
Abbiamo diversi progetti a livello di collaborazioni nazionali e internazionali. Inoltre vogliamo creare un circuito estivo di luoghi significativi. Siamo però fortemente legati al territorio. Abbiamo stretto un'accordo con il teatro nazionale di Napoli che gestisce il Festival di Pompei, quet'anno ci sarà uno spettacolo, l'anno prossimo due. La nostra vera forza è la ‘cantera’, artisti nati e cresciuti da noi. Questa è la nostra carta d’identità, e il progetto triennale si avvarrà di questo fattore per noi determinante. Non mi piace fare anticipazioni. Dico solo che ci sarà uno spettacolo con Neri Marcorè e la regia di Giorgio Gallione. Poi avremo una coproduzione con i teatri di Firenze e Napoli con Gabriele Lavia protagonsita.
Attività che non si esauriscono sul palconsencio. Il teatro infatti è anche attivo negli incontri culturali.
Abbiamo superato il numero di 10mila abbonati, incrementato il pubblico del 50%. E’ tutto il frutto di un grande lavoro, di impegno e passione e anche di un’attività culturale importante.
Cosa vorrebbe per il teatro nazionale per i prossimi anni?
Mi auguro solo di andare avanti così e fare sempre meglio. C’è però un problema nazionale, dove il teatro è sempre un po’ un parente povero, ma non è solo una questione economica. Ecco, mi auguro che le nuove e vecchie classi politiche capiscano l’importanza del teatro. Creiamo lavoro, siamo una palestra di cervelli, produciamo ricchezza. Mi piacerebbe che finalmente dopo 40 anni il tetaro venisse riconosciuto per il valore che ha in Italia.
IL COMMENTO
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