
Purtroppo, diciamolo subito, non è andata benissimo. Probabilmente i suoi fan più accaniti apprezzeranno il consueto accumulo di temi morettiani come pure la correttezza politica e lo sguardo sempre affettuoso rivolto alle donne ma le storie intrecciate di tre famiglie della media borghesia che vivono in un grande condominio romano deluderanno chi era in cerca di un film che tentasse nuove avventure narrative o tecniche. Anche perché il tema della gente comune che affronta le proprie paure di fronte a situazioni in qualche modo traumatiche con si viene a contatto è lontano dal raggiungere gli stessi picchi emotivi – tanto per restare in tema con Cannes – della ‘Stanza del figlio’ che raccontava in maniera ben più incisiva come la morte di un ragazzo potesse distruggere un’intera famiglia
Per la prima volta nella sua carriera Moretti non scrive un soggetto originale ma si basa su un romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Novo. Trasporta la vicenda da Tel Aviv al quartiere romano Prati e ci mostra vite intrecciate nell’arco di un decennio: c’è Lucio (Riccardo Scarmacio) preoccupato per la figlia di sette anni che sospetta essere stata oggetto di stupro da parte di un anziano vicino di casa; Monica (Alba Rohrwacher) che soffre di solitudine e depressione postparto, schiacciata nel mezzo di un rancore che si consuma da anni tra il marito spesso assente (Adriano Giannini) e il suo seducente ma disdicevole fratello (Stefano Dionisi) e Dora (Margherita Buy), consumata dal dolore per essere stata costretta dal coniuge (lo stesso Moretti) a tagliare ogni rapporto col figlio dopo che il ragazzo ha ucciso accidentalmente una donna mentre guidava ubriaco.
A sei anni da ‘Mia madre’ Moretti torna ad abbracciare il melodramma ma rimuovendone completamente l’ironia e mostrando una certa forzatura nel montare e mescolare insieme i vari episodi, alcuni dei quali al limite del credibile. Certo, c’è il consueto rigore narrativo e visivo ma l’ironia della vita che da sempre accompagna la visione delle sue opere e che pure avrebbe in qualche modo potuto trovare anche in questo contesto è totalmente assente sostituita da rigore, gravità, compostezza, tranne un finale aperto alla speranza che però stride con tutto quanto accaduto prima. Resta il sapore umanista del racconto, attento ai sentimenti sviluppati di fronte ai grandi temi dell'esistenza - l'amore, la paura, la solitudine, il segreto, il dubbio – ma ‘Tre piani’, purtroppo, non è certamente l’opera più riuscita del regista romano.
IL COMMENTO
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