
Perché riaffiora dalla storia quel voto del 1948, che aveva visto gli italiani scegliere di restare nell'Occidente a guida angloamericana anziché assumere il rango di provincia sovietica, per quanto la più importante per via della strategica posizione geografica e infatti per decenni oggetto dei più cospicui "investimenti" economici e spionistici della Lubijanka, così come di Foggy Bottom? Non tanto per il bipolarismo di sostanza (DC al 48,51%, Fronte Popolare comunista/socialista al 30,98%, scissionisti socialdemocratici di Saragat al 7,07%), quanto per l'affluenza alle urne. Votarono infatti il 92,19% degli elettori.
Ai ballottaggi di domenica scorsa, si è presentato il 43,94% degli aventi diritto. Meno della metà dei loro padri e nonni che avevano scelto tra De Gasperi e Togliatti, o meglio tra Truman e Stalin. Certo, più coinvolgente che decidere tra Michetti e Gualtieri. Questo comunque non solo significa che ogni sindaco è stato eletto da un cittadino su quattro e che si misura in partenza con l'indifferenza della maggioranza dei suoi amministrati, ma pone un problema logico e sociologico.
Anche oggi, infatti, sembra riprendere forza il motto nenniano. Le piazze pulsano di partecipazione, perfino troppo come si è visto a Roma a Trieste. Però lo scenario di tutta questa gente, che va a manifestare in strada, non si rispecchia nell'esercizio del diritto/dovere fondamentale, che distingue le democrazie rappresentative dai regimi totalitari: il voto. Certo, viviamo pure nel tempo del sublime paradosso che ha visto alle ultime elezioni "classiche" la vittoria del partito che predica(va) la fine della democrazia rappresentativa, a vantaggio di un messianico assemblearismo diretto e partecipativo, da attuarsi davanti a una tastiera, con la superna supervisione di un ex pubblicitario già costruttore di un altro partito tradizionale.
Ma ci deve essere qualcos'altro, per forza, in questo riempirsi delle piazze contrappuntato dal desertificarsi delle urne. C'è una costante nella storia italiana degli ultimi cinquant'anni: quella cupa voglia individuale di mandare aff***ulo tutto e tutti, di inscenare una ribellione simbolica nichilista contro la vuotezza e l’inutilità di ogni vita e specialmente della propria, diventa ogni tanto collettiva coagulandosi attorno a un simbolo casuale: una squadra sportiva, un concerto pop, una galleria ferroviaria scelta a caso (50 km tra Bologna e Prato nella soavità del Mugello è cosa buona e giusta, nella Valsusa già scempiata dall’autostrada allora no, è un delitto), la fame nel mondo, la pena di morte, la globalizzazione, una guerra possibilmente con gli americani di mezzo quindi quasi tutte, l’inquinamento, condannati da assolvere o assolti da condannare. Ora tocca al morbo e dintorni. Soprattutto dintorni.
Ed è difficile spiegarsi perché il paesaggio di una moltitudine di italiani interessati alle loro libertà, non importa con quanto grado di competenza e conoscenza, non si traduca in una coerente partecipazione al voto. Come se in molti fossero arrivati a pensare che votare non conti più nulla. E invece il diritto di voto è come l'ossigeno: non lo vedi, lo dai per scontato, poi ti accorgi di quanto fosse importante solo dopo che te lo abbiano tolto.
IL COMMENTO
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